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A cura di Francesco Miuccio

Tano Cimarosa e il “No alla violenza”, quando Paola Quattrini venne rapita a Mortelle

Storie, curiosità e indiscrezioni sul film che rappresenta la sintesi di un attore-regista fra i più amati di Messina ma anche lo spaccato di una città. I ricordi del nipote Salvatore Arimatea a 13 anni sul set. Fra un “ingrato” Al Cliver, comparse e sequenze cartolinesche che testimoniano il grande amore del celebre caratterista per la sua terra

Gaetano Cisco, nato il giorno di capodanno del ’22 a Messina, nella vita scelse di vivere recitando. Prima puparo in un teatro dietro l’Ospedale Margherita, poi in giro per l’isola con le sceneggiate della sua compagnia teatrale, la Baracca Viaggiante, e infine nel cinema, diventando, in Mafia alla sbarra, girato a Patti nel 1963 dal suo concittadino Oreste Palella, il celebre caratterista Tano Cimarosa.

Con quel nome ha attraversato la storia del cinema popolare italiano, in una galleria di ruoli ai quali prestare la propria maschera rustica e corrucciata, spesso al servizio del canonico cliché del siciliano mafioso, o emigrante. E’ una lunga carriera d’attore della quale torneremo a scrivere, perché stavolta è di Tano Cimarosa regista nella sua città, eletta a set totale in un’appassionata avventura produttiva, che vogliamo raccontare.

No alla violenza, uscito in sala nel 1977, fu la seconda prova da regista di Cimarosa, preceduta dal thriller Il vizio ha le calze nere, di cui scrisse il confuso copione ambientato a San Benedetto del Tronto, seguita poi da una terza prova, Uomini di parola, mafia-movie rurale del 1981, per cui scelse come set Tusa e Mistretta. E’ una pellicola che si inscrive nel filone “poliziottesco”, nel solco di quelle girate da Di Leo, Massi, Lenzi, Castellari, dove non mancavano scene di nudità associate senza timidezze a stupri e offerte a spettatori assuefatti e lontani anni luce dai dibattiti etici attuali, e dove dominava il sadismo criminale dei pestaggi e delle torture di boss e sicari e il giustizialismo belluino di ispettori di polizia reazionari che facevano arrossire il Callaghan di Clint Eastwood.

Messina come la Chicago degli anni trenta

Invece del solito Maurizio Merli, Tano arruolò Al Cliver, al secolo Pier Luigi Conti, nel ruolo del prestante e risoluto ispettore Moretti in lotta con una criminalità che mette a ferro e fuoco una Messina che sembra la Chicago degli anni trenta. Accanto a Cliver, recitò il fratello del regista, Gianni (un terzo fratello, Michele, affiancò in più di un film il più famoso Tano) che abitava a Messina e che interpreta il vicecommissario Pantò.

Fu un poliziesco ambientato in Sicilia in cui però la mafia non sembra esistere - a differenza di quel  Quando i picciotti sgarrano, girato a basso costo in città appena un anno dopo da Romolo Cappadonia di cui si è già scritto - che a metà racconto diventa bruscamente una storia di vendetta privata con al centro proprio Cimarosa, nel ruolo del mite benzinaio Tano a cui un auto di malviventi in fuga ammazza la figlia all’uscita dalla Chiesa di Ganzirri, con tanto di simbolica bambola insanguinata filmata sul selciato.

Povertà di mezzi e dilettantismo, oltre al compiacimento nel trattare il tema della violenza (a dispetto di un titolo che suona ambiguo) furono le accuse della critica paludata, la cui sintesi è il lapidario epitaffio dedicato al film da Giovanni Buttafava de L’Espresso: “No alla violenza è un giustiziere della notte fra livello turco medio e un Fassbinder naif”.

Ma è un ingrato Al Cliver a rilasciare anni dopo alla rivista specializzata Nocturno, dichiarazioni impietose eppure preziose per ricostruire la genesi del film: “Era un casino colossale c’era di tutto. C’era il produttore che faceva il pesciarolo a Messina e voleva fare a tutti i costi una parte nel film. Gli fecero fare quella del gangster e la prima volta che aprì bocca gli schizzò via la dentiera…poi c’era un’altra che era figlia di uno che ci aveva messo i soldi”.

“Un casino colossale” ma la gente in fila per settimane al cinema Apollo

Come gettare nuova luce sulla lavorazione di un’opera che, nonostante le critiche, dal punto di vista tecnico peraltro giustificate da certi zoom non proprio fluidi da superotto amatoriale, da un abuso di primi piani e da carrellate traballanti, il tutto commentato da uno straniante e malinconico tema musicale firmato dal maestro Alberto Baldan Bembo, tenne il cartellone per settimane in città con la gente in fila fuori dal Cinema Apollo?

E’ il nipote di Tano Cimarosa, Salvatore Arimatea, medico che da decenni si muove nell’ambito del cinema indipendente, che gli regalò l’ultimo piccolo ruolo, prima della morte nel 2008, nel corto Buonanotte fiorellino, a pescare nei propri ricordi personali per MessinaToday.

La testimonianza del nipote Arimatea

“Fui spesso sul set, avevo tredici anni, lui era lo zio di mia madre, tra le poche persone della famiglia con cui era rimasto in contatto dopo il suo trasferimento a Roma”.

“Mise su – ci racconta – una cordata capitanata da un imprenditore locale, tale Uccio Golino che premette per avere un ruolo nel film finanziato dalla sua Morgana Film, costituita per l’occasione”. Ecco svelato il primo protagonista evocato dal sarcasmo di Al Cliver ma, senza fatica, scopriamo anche il secondo componente messinese del cast, la presunta figlia di un secondo finanziatore. Tra gli attori professionisti, oltre ad Al Cliver, c’erano nomi noti come Ninetto Davoli e Paola Quattrini, ma anche una giovane esordiente messinese. “Si chiamava Mirella Sgroi – rivela Arimatea - veniva dalle selezioni di Miss Italia e recitò nella parte della fidanzata di Marra, capo dei malavitosi interpretato proprio da Uccio Golino”. Stranamente il nome di questa graziosa biondina non compare nella sequenza dei titoli di testa, a differenza di quello di Golino (addirittura evidenziato come solo quello della Quattrini) e in ragione di ciò risulta assente da qualsiasi cast indicato nelle schede dei dizionari e nei siti di storia del cinema.

In mostra la città che si affaccia sul mare

Non può essere che lei la pargola di uno dei finanziatori, citata da Cliver, a cui Tano dovette riservare più di un’inquadratura. In effetti, Mirella Sgroi, al suo primo ed ultimo film, ha più scene e primi piani delle più titolate professioniste del cast, tutte girate a fianco dell’ineffabile Golino nella parte del gangster sceso dal nord per affari nella città dello stretto. Si comincia con una sequenza sul traghetto, con l’immancabile madonnina e un fantomatico comandante in divisa blu con le mostrine che le fa da cicerone con il goffo didascalismo dello script: “Le voglio mostrare la città, la maggior parte si affaccia sul mare, questa è la zona portuale di Messina, ora assisterà all’attracco”.

Puri sguardi amorevoli di Cimarosa per la sua città, sono le sequenze, cartolinesche e del tutto estranee ad ogni sviluppo della trama, dei due piccioncini che corrono felici sotto il pilone sino al mare di Faro o che si affacciano alla Passeggiata a mare, dove lui orgoglioso le indica la costa calabra. Inevitabili, visto l’impegno di Golino nel settore ittico, sono poi le scene in cui il criminale valuta insieme all’amata la freschezza di una spatola di oltre un metro e di un bel polpo verace presi da una bancarella approntata scenicamente davanti al palazzo dell’Inps o in cui lui le consiglia di ordinare il pescespada locale durante una scena girata negli storici locali del ristorante La Macina a Ganzirri dove i due assistono ad un’esibizione dei Canterini Peloritani di Lillo Alessandro. I due messinesi del cast, tra un inseguimento dell’ispettore Al Cliver nel mercato Zaera o sulla cortina del porto sino ad inchiodare un fuggitivo su una pilotina ormeggiata e una delle sanguinarie scene di vendetta del padre giustiziere (“mi ricordo di avere assistito alla scena in cui Tano tende un agguato a Ninetto Davoli, girata in via Acqua del Conte, zona di famiglia”, ricorda Arimatea)  hanno anche la loro breve e, vista la cifra del film, insolitamente pudica scena d’amore, dopo la quale segue un colpo di scena in cui la Sgroi si esibisce in un classico urlo di raccapriccio da “scream queen” da cinema americano di serie B.

Paola Quattrini... rapita a Mortelle

Oltre a Paola Quattrini, che in quegli anni alternava Pirandello e Dario Fo in teatro con partecipazioni alimentari come questa nella parte della signora Corsi, moglie di un riccone interpretato dalla gloria del teatro messinese Massimo Mollica, che viene rapita dai malviventi all’uscita da una villa a Mortelle (“apparteneva ad un noto imprenditore della ceramica artistica” ci dice Arimatea) e che si rende protagonista di una scena con una matita e un bulbo oculare che assicurò il divieto ai minori di diciotto anni, ci sono altre curiose presenze. Il cast femminile è completato da una appesantita Guja Lauri Filzi che neanche un anno dopo si diede ai primi sgangherati porno girati nel paese, da  Zaira Zoccheddu,  moglie del giornalista che indaga sull’omicidio (che ha il volto di Nico Tirone, nativo di Sambuca, meglio noto come Nico Dei Gabbiani, complesso beat dei sessanta, alla sua unica esperienza al cinema) raggiunta a casa da due ceffi travisati dai collant in una greve e desolante scena di stupro e nudo totale che  Cimarosa riservò anche alla spogliarellista Martine Carell, una francesina che nella vita era un’autentica starlette del mestiere, la quale dopo uno strip di fronte un pubblico attonito nella sala del Night Granatari con la presentazione di Antonio Lo Giudice, anima della radio privata dell’epoca, finisce rapita e appunto violentata dai soliti teppisti al soldo del boss in una scena praticamente incomprensibile a causa della “notte americana” (il procedimento fotografico con cui si gira una scena notturna in pieno giorno) più sgangherata che un direttore della fotografia possa regalare al suo regista.

Se il Cimarosa regista non brilla per padronanza tecnica, il Tano interprete salta dal registro melodrammatico - a suo modo memorabile la battuta rivolta al crocefisso al capezzale della figlia appena morta (“ E tu che fai?” ) - a quello da psicotico torturatore, e fa persino tenerezza vederlo ingessato nella scena con il giornalista sotto il Sacrario di Cristo Re, con la coppoletta e il classico bottoncino nero del lutto al bavero, e maturare la consapevolezza di dover farsi giustizia da solo.

Omaggio a un artista senza fronzoli, ma di pura visceralità

Sono i ricordi che Cimarosa raccontava da anziano ad essere oltremodo gustosi: “Tanti tra i figuranti reclutati in città  - racconta divertito il nipote ed epigono - si cercarono sullo schermo e ci fu più di uno che protestò perché non riusciva a ritrovarvisi. Mi ricordo che mio zio raccontava di un riparatore di televisioni che pagò il biglietto due volte per poi capire che mentre si filmava il gruppo di comparse di cui faceva parte, lui si era chinato ad  allacciarsi le scarpe”.

Continue erano poi le richieste di spiegazioni da parte di chi lo incontrava sull’inverosimiglianza di inseguimenti stradali (alcuni girati senza blocco del traffico, con gli stuntmen che incrociavano nei loro sorpassi fuori corsia le auto dei malcapitati messinesi) cominciati sulla litoranea che d’improvviso finivano in una Piazza Duomo allora interamente carrabile, o di quando raggiunto dalla drammatica telefonata sull’incidente alla figlia mentre lavora al distributore del Ringo, Tano inforcava piangente una bici per giungere di corsa e da nord all’Istituto Ortopedico di Ganzirri.

“Impazziva di rabbia nel dover continuamente spiegare che la continuità spaziale al cinema è una costruzione arbitraria” e  non c’era nulla di strano se i titoli di testa iniziavano sulla panoramica, e finivano ad un ristorante a Sant’Alessio, perché il motivo era semplice: “ a me piaceva così”.

Storie di un’arte arrangiata, praticata senza fronzoli, di pura visceralità, questo era il cinema di Tano Cimarosa, e questo era lui.

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