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Lunedì, 17 Gennaio 2022
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Redazione MessinaToday

Il Grande Fratello del Comune di Messina, quando l’affare lo fa qualcun altro ma non il cittadino

Il progetto di videosorveglianza “intelligente” basata sul riconoscimento facciale e presentato dal sindaco già in uso in molte città che in nome della sicurezza sacrificano non solo la privacy. Ecco i rischi di questi sistemi per la vita democratica, politica e quotidiana delle persone

Nel corso di una entusiastica diretta di martedì scorso, il sindaco ha presentato uno straordinario progetto di videosorveglianza “intelligente” basata sul riconoscimento facciale. Un sistema, cioè, che raccoglie immagini di volti e vestiti, li immagazzina nella propria memoria e li impiega per seguire e ritrovare la persona autrice di un’infrazione nel corso dei propri movimenti dentro la città.
 
In breve un individuo potrebbe essere seguito, poniamo, da Tremestieri a Faro; non importa che per qualche tempo questi sia uscito dal cono di visibilità delle telecamere: nell’attimo in cui la persona viene nuovamente intercettata dall’obiettivo, il sistema – che è controllato da un addetto – è in grado di ritrovarla. Il sistema, inoltre, considera anche elementi biometrici come il peso e la complessione della persona.
 
Ai fini della ricerca è possibile concentrarsi anche sui vestiti (ricercando per esempio il colore di una giacca). Inoltre tutte le persone che presentino caratteristiche simili entrano nella ricerca effettuata del software e possono dunque essere controllate e comparate dall’addetto al trattamento prima di uscire dall’indagine.
 
Al sistema sarà presto aggiunto un sistema audio, che, come dichiarato testualmente dal sindaco, consentirà a questi di realizzare un sogno, che consiste nel potere urlare in diretta allo “zozzone” di turno le famose parole: “che cazzo fai?”. Quest’ultimo, per inciso, costituisce probabilmente l’aspetto meno “innovativo” del progetto, visto che già al cimitero monumentale, da almeno sei anni, sono state montate telecamere che consentono agli uffici di interloquire con i visitatori.
 
In generale si può anzi dire che nessuno degli elementi presentati ieri è realmente nuovo in senso assoluto. Molte città italiane si sono munite di strumenti sostanzialmente identici, come una rassegna stampa limitata a questa settimana può agevolmente mostrare. Torino, Como, Udine sono città che hanno approvato analoghi progetti e che hanno pure speso i finanziamenti per questa infrastruttura digitale. Salvo il fatto che è tutt’altro che certo che potranno impiegarla.
 
Per quanto, in nome della sicurezza e in ragione dell’abitudine all’invasività dei sistemi informatici (che vanno dalle app bancarie ai social e ai cookie dei browser), moltissimi cittadini non considerano più dei problemi le questioni inerenti alla privacy, alla protezione dei dati e persino alla mobilità, e ritengono anzi giusto l’essere riconoscibili digitalmente, nella realtà il funzionamento di questi sistemi presenta fortissimi rischi per la vita democratica, politica e quotidiana delle persone (anche di quelle “innocenti”, che non hanno compiuto infrazioni o delitti).
 
Il sistema, per esempio, presenta delle distorsioni che lo rendono molto poco affidabile nelle indagini di polizia. Causa, anzi, di errori giudiziari. Non a caso si parla di bad facial recognition, di cattivo riconoscimento facciale: ossia di un insieme di errori di programmazione che si manifesta nella forma di errata catalogazione dei volti. Specie di quelli appartenenti a minoranze razziali. Si tratta di una falla così importante da avere bloccato simili progetti avviati in Inghilterra e negli Stati Uniti.
 
Accanto alle limitazioni tecniche – che non sono semplicemente informatiche, ma trans-disciplinari (e che, come tali, richiedono di raccordare tra loro molti campi del sapere, oltre quello informatico o dei sistemi neurali) – vi sono quelli di carattere giuridico, politologico e organizzativo.
 
Per esempio, cosa è possibile fare di questo potere di visione in remoto, oltre a ciò che si dichiara? È possibile, per esempio, farne un uso politico, specie se a gestire il sistema sono gli enti locali (ossia organizzazione politiche, con amici, nemici e interessi da tutelare o colpire) e non organi costituzionalmente responsabili della sicurezza (forze dell’ordine, virtualmente indipendenti da interessi di altra natura)?
 
Per di più vale la pena di notare che – attualmente – la legislazione non consente di seguire le persone lungo i propri percorsi. O, per meglio dire, ne limita le possibilità ad alcune fattispecie. È dunque arduo comprendere come, entro le attuali previsioni, le amministrazioni potranno fare quanto promesso.
 
Inoltre, seppur virtualmente, si possono seguire delle persone per quelli che sono degli illeciti e non (ancora) dei reati? Senza contare che, da un punto di vista giuridico, possiamo intuire che flagranza, indagini ex post ai fini dell’individuazione di un illecito, inseguimenti in diretta e impiego del materiale presente in memoria per accertare le identità sono situazioni e comportamenti istituzionali tra loro molto diversi e ricchi di complicanze giuridiche.
 
Una ulteriore complicazione è rappresentata dalla conservazione e protezione delle immagini. Sinora la legislazione impone che le registrazioni siano custodite dentro locali adibiti allo scopo. Nel caso del progetto presentato a Messina, le immagini in diretta e quelle registrate viaggiano non solo in direzione degli uffici, ma anche verso il cellulare del primo cittadino, che promette di visionarli nel corso delle sue notti insonni (una citazione più o meno letterale). Ci si può domandare se questa sia una prassi ammissibile, dato che, in linea teorica, l’impiego di dati sensibili fuori dagli spazi adibiti espone virtualmente gli individui a essere visti da soggetti terzi, estranei al procedimento, prossimi a chi detiene il cellulare. Inoltre i differenti protocolli di sicurezza di un server appositamente adibito e protetto e quelli di un comune cellulare rendono possibile, per lo meno in via teorica, intrusioni e dirottamenti dei dati.

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In altri termini il rischio di eccedere le facoltà è sempre molto elevato in questo genere di attività e non si tratta di semplici “cavilli”. Nelle questioni di diritto e sorveglianza a essere implicati sono molti altri aspetti, oltre quelli legati ai fatti perseguiti. Si tratta di conciliare le esigenze di sicurezza con una variegata gamma di diritti generali. Inclusi – forse paradossalmente, secondo gli osservatori meno sensibili ai temi delle garanzie – i diritti dei soggetti sospettati di comportamenti illeciti.
 
Proprio per questo motivo gli avveniristici progetti delle città italiane, di poco precedenti quello presentato ieri a Messina, si sono arenati davanti alle questioni poste dal Garante della Privacy. E sono risultati, almeno per il momento, in una notevole dispersione di fondi.
 
Questi progetti, guidati dalle imprese digitali specializzate nell’innovazione al suono di milioni di euro ogni anno, si scontrano infatti con un vuoto legislativo che si è ancora lontani dal colmare. Un vuoto che, in via preventiva e a fini anche di autotutela, ha suggerito di bloccare, dopo una brevissima implementazione, persino il progetto di riconoscimento facciale del Ministero degli Interni e della Polizia di Stato, Sari Real Time. Un triste destino che non è solo italiano e che, per quel che vale, è condiviso da un gigante come Facebook, il quale ha annunciato di avere sospeso il suo sistema di riconoscimento facciale dopo essersi scontrato con obiezioni simili a quelle qui riportate (che sono solo una frazione di quelle opposte e opponibili man mano che la questione diventa più chiara nei suoi contorni).
 
Di certo vi è il fatto che le tecnologie vanno incontro a rapidi fenomeni di obsolescenza e deterioramento. Non è un caso che gran parte delle telecamere pubbliche, a un anno dall’installazione, presentino diffusi problemi di manutenzione. Una manutenzione che ha dei costi, che frequentemente i comuni rinunciano a sostenere. Non ultimo per le risultanze – viste sempre a posteriori e a spese effettuate – dell’analisi tra costi e benefici. Un rapporto che, dopo la sbornia e la spesa pubblica degli scorsi anni, non sembrerebbe così favorevole come si crede (è per lo meno quello che si osservava qualche anno addietro nel paese leader di questi processi, il Regno Unito). E non è del resto un caso che spesso, per le attività di investigazione, le polizie siano costrette a fare affidamento sulle telecamere dei privati anziché su quelle pubbliche frequentemente fuori servizio.

In conclusione, non sappiamo come finirà col progetto messinese appena presentato. Non sappiamo cioè se nascerà morto come è capitato nel resto d’Italia. Di certo, però, sappiamo che almeno l’industria della sicurezza non ci ha perso. È lavoro anche quello e va tutelato.

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