La forma delle idee

La forma delle idee

Recovery Found in Sicilia, la fabbrica dei progetti e il futuro che non c’è

Si litiga per avere i soldi ma sono pochi i piani presentati e di questi ancor meno vengono finanziati per ragioni qualitative, di manifesta incoerenza coi i bandi, di incompletezza e scarsa cantierabilità. Un male atavico in una terra dove anche nel dialetto è impossibile rappresentare l’avvenire

Come effetto collaterale della disastrosa crisi dovuta all’attuale emergenza sanitaria ci tocca assistere al solito scomposto attacco alla diligenza.

Una insufficiente quantità di denaro sembra sia destinato al Meridione d’Italia e alla Sicilia in particolare. Esso sarà distribuito secondo dei criteri decisi altrove, in larga parte anacronistici, finalizzati, nel migliore dei casi, a ciò che realmente non serve, nel peggiore, ad alimentare gli errori di sempre e le annose inefficienti gestioni del denaro pubblico.

Tutto è stato stabilito in Europa e da un Governo che affida la definizione delle strategie del Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza (PNRR) ad una multinazionale d’oltre oceano che ha scopi imperscrutabili e globalisti.

Così, rassegnati all’idea che nulla si può fare, perché un’idea alternativa non l’abbiamo, non ci resta che partecipare alla spartizione del Recovery Fund, senza un criterio e senza scopi concreti di rilancio civile, se non quelli che vagamente hanno stabilito altri per noi.

L’unica rivendicazione avanzata è quella di essere stati discriminati rispetto ad altre realtà nazionali inscenando la solita protesta retorica, salvo poi correre tutti ad assaltare il treno e prendere quello che si trova, come i mendichi alla fine di una giornata di mercato.

Tutto questo perché la Sicilia un suo Piano Strategico non c’è l’ha. Dunque siede al tavolo delle spartizioni senza nessun potere contrattuale, visto che non ha segnalato preventivamente e circostanziatamente ciò che gli serve. L’unica rivendicazione che può fare è sulla quantità delle risorse destinate non sulla qualità e sulle prospettive.  

Così tutti sgomitano e si affannano per garantirsi un pezzo di torta, piccolo grande che sia. Ma per farne che? E’ chiaro! Per spartirla ai clientes e mantenere il potere. Punto!

Nessun progetto strategico, nessuna visione del futuro. Gattopardescamente nulla cambia e i siciliani restano secolari inquilini della loro Storia.

I siciliani oggi non sanno cosa fare del futuro, non hanno un’idea strutturale del divenire. L’unica cosa che sanno è di volere i picciuli!  Per farne cosa? Per fare ciò che si è fatto sempre: gestisce il denaro da “padroni del pastificio” e non da pater familiae. Perché, da sempre nell’isola, chi gestisce i soldi esercita il potere sulle vite dei siciliani e lo gestisce come sempre, nel solco della tradizione feudale del Mero e Misto Imperio, soprattutto quando c’è da governare grandi crisi sociali come quella che da qui a poco vivremo.

Da un attento studio dell’Università Roma Tre, emerge che l’Italia riesce a spendere solo il 12% dei fondi che l’Europa mette a disposizione. Dopo la Grecia e la Polonia che spendono solo Il 25%. Nel dettaglio italiano ci sono regioni come l’Emilia Romagna che spende il 18% e la Toscana che raggiunge il 20%, la Sicilia solo il 7%. Questo plateale insuccesso pare sia dovuto agli enti locali e alle istituzioni che non si avvalgono di funzionari esperti e preparati per formulare progetti innovativi e d’avanguardia. La logica del reclutamento del personale impegnato nei progetti finalizzati ad intercettare i fondi comunitari non è il merito ma l’appartenenza. Così pochi sono i progetti presentati e di questi ancor meno vengono finanziati per ragioni qualitative, di manifesta incoerenza coi i bandi, di incompletezza e di scarsa cantierabilità. I pochi progetti presentati sono in maggioranza respinti perché si tratta in massima parte di progetti improvvisati e quindi non hanno la forza di essere convincenti.

Ciò accade perché non si pensa a progettare preventivamente il proprio futuro e proporsi come produttore d’idee prima ancora che destinatario di fondi (di picciuli). Non si pensa a ciò che serve fare ma si aspetta che ci siano i soldi per fare ciò che altri ci impongono. Non si lavora all’idea di radioso futuro, ma per prosaico triste interesse economico personale o di fazione.

Non risulta che vi sia stato qualche ente che abbia rifiutato del denaro finanziato per ciò che non serve. Intanto si incassa e poi abilmente si rendiconta. Nessuno che abbia mai rivendicato il diritto di avere ciò che serve e ciò che è utile, visto che l’Italia versa all’Europa molto più di quanto da questa riceve sotto forma di finanziamenti condizionati. Tutti rivendicano solo i soldi.

Un atteggiamento siffatto scarta in automatico le migliori menti, le migliori competenze, le migliori pratiche, le più efficaci e vere innovazioni. In questo scenario imperano virulenti processi di valorizzazione dell’incompetenza necessari per poter manipolare a scopi inconfessabili ogni quattrino finanziato.

I dati relativi alla Sicilia, che pare non allarmino nessuno, ci additano un divenire tetro, un orizzonte di diaspore e morte civile che si aggrava esponenzialmente con il fermo biologico dell’attuale pandemia che ci consegnerà altre immense macerie sociali.

Lo scenario è quello di un’isola che non sta fabbricando il futuro e che non ha nessuna intenzione di farlo, aggravando precipitosamente lo status quo. Del resto non si può pensare di guarire assumendo le stesse medicine che ci hanno fatto ammalare. Non c’è speranza.

Molti siciliani imparano la lingua italiana sui banchi di scuola, ma la loro vera lingua italiana è il siciliano, la lingua che tutti parlano nell’intimità; la prima è solo di rappresentanza.

Nella lingua italiana per descrivere o indicare un’azione fa uso dei verbi, con i quali permette di comunicare esattamente il verificarsi di un’azione, specificando chi la compie, come la compie e quando la compie. Per indicare il soggetto che agisce si avvale dei pronomi (io, tu, voi, essi, ecc..), per indicare il modo con il quale viene eseguita l’azione usa i modi (indicativo, condizionale, congiuntivo, imperativo, gerundio, ecc…), per indicare quando l’azione è stata compiuta userà i tempi (presente, passato e futuro). I tempi indicano la posizione temporale in cui l’azione si compie.

In italiano se narriamo un fatto già accaduto usiamo il tempo passato: prossimo, remoto, trapassato remoto; Se descriviamo un’azione in corso usiamo il presente. Se invece dobbiamo rappresentare un intento, un’azione che si compirà, un programma di azioni, useremo il futuro: semplice o anteriore.

Il tempo futuro, è il tempo con il quale nella lingua italiana esprimiamo i nostri intenti, con il quale progettiamo. Se progettiamo di andare a Milano, diremo per comunicare questa nostra intenzione: “io andrò a Milano”. Usando il verbo andare coniugato al futuro semplice, andrò.

Ma, se lo stesso intento lo volessimo comunicare in lingua siciliana, non possiamo che dire: “iu vaiu a Milano”. Ed ecco che il verbo andare viene coniugato al presente, come quando diciamo: “ora vaiu a Milano”. Ciò prova, drammaticamente, che la lingua siciliana, quella con la quale la maggioranza dei siciliani parla, ma soprattutto pensa, non coniuga il futuro e dunque non consente, di comunicare l’idea del domani, non consente di comunicare un progetto, un proposito.

 Parlando e pensando in siciliano è impossibile rappresentare l’avvenire.

I siciliani pensano in una lingua che non gli permette di comunicare l’idea del divenire, con la quale non possono esprimere la propria volontà.

Un popolo la cui lingua non coniuga il futuro è un popolo che non è abituato a pensare, a progettare, quindi non è abituato ad agire autonomamente.

Ignazio Buttitta diceva: “Un populu diventa poveru e servu quando ci arrubanu a lingua,…. è persu pi sempri.”.

Quale progettualità può avere un popolo la cui lingua non coniuga il futuro? Questo forse spiega quel funesto 7% di cui sopra e tutto quel tristo spettacolo sul Recovery Fond.

Se non si può declinare il futuro non si hanno idee, e senza idee il futuro non ha forma. 

7- un popolo che pensa in sicliano, lingua che non coniuga il futuro, non ha idea del divenire-2

La forma delle idee

L’architettura è un’idea che prende forma. È una storia che si plasticizza. Le città sono fatte di architetture, di palazzi, di monumenti, di spazi modellati dall’architettura. Le città sono la forma della Storia. “Quando visitiamo una città lo sguardo percorre le vie come pagine scritte” I. Calvino. Se la scrittura racconta il pensiero dell’uomo la città narra come egli vive o ha vissuto

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