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A cura di Domenico Barrilà

Di Biase e Franceschini, qualcuno è di troppo: forse gli elettori del Pd

Si può sopportare molto in politica, di certo non i funambolismi verbali di chi ci tratta da fessi, con la maestria tipica delle persone scafate, abili a spostare l’obiettivo su una questione, in questo caso quella di genere, molto ruffiana ma lontana dal cuore del problema, sebbene utilissima ad alzare cortine fumogene.

Parliamo della signora Michela Di Biase, romana, casualmente moglie del ministro Dario Franceschini, che non vuole nemmeno sentire parlare di nessi familiari, intanto, in una tornata in cui c’è stata una carneficina di pretendenti, anche prestigiosi, si accasa nel collegio Lazio 1, in prima posizione al proporzionale, dunque elezione sicura, mentre il marito occupa Campania 1, ovviamente sempre al primo posto.

Certo, non è l’unico esempio di inopportunità nelle candidature del centrosinistra, tuttavia il caso in questione è fastidioso perché la diretta interessata eccede e ci propina pure la morale, spostando lateralmente il problema, assimilandolo nella questione di genere, che non c’entra nulla. Sarebbe stato lo stesso cosa se si fosse trattato del signor Michele Di Biase, marito della ministra Franceschini. Siamo di fronte a un colossale caso di inopportunità, da lasciare senza parole, soprattutto se si pensa alla sponda dei giornali che, senza un minimo di spirito critico, fanno passare la storia di Cappuccetto Rosso, ma non aspettiamoci che dall’interno arrivino levate di scudi, perché alla fine chi abita la stanza dei bottoni si protegge vicendevolmente.

Non si indignerà la Serracchiani, affermatasi nel Pd dopo un intervento da Giovanna d’Arco durante un’assemblea nazionale. Chissà mai che in futuro abbia bisogno di consensi per salire altri gradini. Non si è indignato l’irreprensibile Marco Meloni, plenipotenziario Pd per le candidature, che invece di battere i pugni, come credo abbia fatto per altri, si è ingoiato il rospo e pure lo stagno.

Giusto che una persona, maschio o femmina che sia, invochi il diritto a essere valutata per quello che è, ma è altrettanto giusto che vi siano eguali opportunità per tutti i concorrenti.

Invocare il pregiudizio di genere è qui davvero fuori luogo, perché il tema è un altro, quello appena accennato. Vero che la protagonista faceva politica da prima di incontrare il marito e che era consigliere presso il proprio municipio, ma mi pare che dopo il matrimonio, avvenuto nel 2014, la sua carriera abbia, letteralmente, preso l’ascensore. Prima degli eletti in Campidoglio nel 2016 e poi la seconda in Regione nel 2018. La signora dice “Sono 16 anni che il mio percorso nelle istituzioni prosegue lineare, tappa per tappa”. Già, quello che succede a tutti i giovani italiani, magari carichi di 110 e lode nonché dottorati.

Sarebbe bello potere dire che le due carriere procedono separate, ma ricordo distintamente che già nel 2013, quando i protagonisti erano fidanzati, a spezzare l’incanto c’è il noto episodio dei messaggini ad amici da parte dell’allora ministro per i rapporti con il parlamento che invita a votare la compagna. Proprio allora la signora Michela Di Biase, avrebbe dovuto indignarsi, rifiutando pubblicamente il sostegno, considerato che non era quello di una persona qualunque, ma dell’allora ministro dei Rapporti col Parlamento, nonché ex segretario del Pd nonché ex capogruppo alla Camera dello stesso partito.

Dopo quell’endorsement la carriera politica della consigliera circoscrizionale non si è fermata più e oggi si appresta a occupare uno scranno in parlamento, trattata come un big, posto sicuro.

Una coincidenza, sicuramente.

A questo punto mi domando cosa potremo rimproverare al governatore De Luca e ad altri soggetti che scambiano la politica per un affare privato (ma almeno evitano di tirare in ballo i valori da trasmettere ai propri figli). Mi domando anche se io debba ancora rispondere agli appelli disperati di Pd, cosa che faccio regolarmente, perché una volta stanno arrivando i fascisti, un’altra i razzisti e poi quelli dei balletti rosa.

Mi domando, ancora, se questo Pd può vantare il diritto di parlare alle giovani generazioni e soprattutto se si rende che il comportamento dei suoi politici è già un linguaggio, peraltro devastante, a cui non c’è bisogno di aggiungere nessuna parola. Chissà se questo possiede un nesso con la persistenza nel recinto del 20% da cui non si schioda, già perché se è la Lega a comportarsi in un certo modo le persone non se ne accorgono nemmeno, il livello dell’elettorato è diverso, bisogna dirlo, anche se qualcuno farà l’offeso.

Ai miei figli è stato insegnato che la raccomandazione è un crimine sociale grave, perché offende il talento altrui e crea risentimento sociale, visto che gli esclusi si arrabbiano.

Infine, nel mio lavoro imparo da quarant’anni che lo stile di vita, ossia il modo in cui affrontiamo e risolviamo i problemi quotidiani, rimane costante nel tempo; dunque, sono indotto a credere di non potermi fidare di chi si comporta in modo sfacciato in circostanze così drammatiche.

Il 25 settembre deciderò il da farsi, l’alternativa non sarà tra il Pd e un altro partito, ma tra quello e niente. Non posso certo macchiarmi di un voto a Renzi oppure a Calenda, la destra non è neppure in nota. Ragione per cui se l’indignazione non passa starò a casa e forse comincerò a domandarmi se cinque anni di destra retrograda non possano fare bene a chi vorrebbe cambiare il mondo con le chiacchiere lasciando in libertà i comportamenti, come se fossero una repubblica marina indipendente, ma soprattutto a chi da anni concede deleghe in bianco a una classe politica che, una volta diventata tale, assume una struttura culturale incompatibile con l’idea di servizio, senza capire che se vogliamo fare cessare queste porcherie dobbiamo impegnarci tutti direttamente. Mi chiedo se nel nostro paese non esistano mille persone più intelligenti e dignitose di quelle attuali, capaci di restituire il ministro per i beni culturali alla sua amata attività di romanziere.

Da qui alla consegna delle liste, poche ore, mi attendo che qualcuno dentro questo partito alzi pubblicamente la voce, penso a persone davvero autorevoli come Matteo Ricci, ad esempio, altrimenti stavolta non sarò l’unico a stare a casa, sicuramente non nella cerchia delle mie amicizie, dove la rabbia si taglia con il coltello.

Ci siamo detti che se proprio dobbiamo avere dei nemici al potere, preferiamo quelli originali.

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Di Biase e Franceschini, qualcuno è di troppo: forse gli elettori del Pd

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