Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

Cordoglio ombelicale, un paese bambino ancora in cerca del sovrano

All’incirca nelle stesse ore in cui si celebrava un funerale esagerato, carnevalesco e ideologico, al largo delle coste greche morivano circa ottanta migranti.

Titoli cubitali per il primo evento, quasi trafiletto per l’altro, eppure tutti e due appartengono al medesimo disperante nucleo culturale, dove trionfa l’individualismo con i suoi risibili eroi “quantitativi” mentre viene umiliato e respinto chiunque non sia in grado di esibire trionfi, non importa come ottenuti. La vastità supera la qualità.

È morto il primo dei grandi influencer italiani, uno più banale dell’altro, ma tutti capaci di vendere il Colosseo a milioni di creduloni. Compresi quei meridionali arrivati a Milano per omaggiare colui che più di altri li usò come sgabelli, come i suoi celebri sopratacchi, proprio nei giorni in cui l’Istat scrive che “Le regioni del Mezzogiorno sono la più vasta area di arretratezza dell’Europa occidentale”. Questo è stato lo stornello d’amore di Silvio Berlusconi per il Sud, sempre disposto a chiudere un occhio con chi specula sulla propria disperazione, a patto che gliela canti bene.

Alla borsa valori della vita di questo paese infantile, il criterio unico per stabilire il peso degli individui è uno e solo uno, il successo. Chi ne raccoglie in abbondanza è senza peccato, a prescindere, non deve dare neppure conto, perché nella riuscita sociale vi è la prova di una condizione superiore, che sfugge alle leggi degli uomini, soprattutto se possiedono risorse sovrabbondanti, tali da inceppare la macchina del diritto. Qualche anno fa, a Palermo, dei vigili zelanti avevano multato un giovane ambulante magrebino, perché rimaneva fisso, invece di ambulare. Lui per la disperazione si uccise dandosi fuoco. Non aveva i soldi per pagare avvocati. Se il nostro paese avesse applicato lo stesso metro al celebre defunto, invece di farsi turlupinare dai suoi avvocati, il suo funerale non si sarebbe certo svolto presso il Duomo di Milano.

Barare al gioco, fino all’ultimo, mentre tanto paese assiste allo spettacolo e si schiera col baro. Dove si trova la logica in tutto questo difficile dirlo, anzi impossibile, le conseguenze saranno puntuali, già si intuiscono nelle parole della presidente del consiglio, che davanti alla bara minaccia: “non ti deluderemo”.  Chissà cosa avrà in mente.

Sarebbe stato necessario che almeno un soggetto politico dell’opposizione, uno a caso, il Partito democratico, tirasse una riga col pennarello, molto marcata, per dividere con chiarezza il campo in due metà, tra buoni e cattivi, e offrire ai cittadini confusi un’alternativa al disastro che si sta preparando. Invece per l’occasione si è rimesso i panni della comunità terapeutica, tutti alchimisti, artigiani della virgola, gente di lotta e di tormento che parla a chissà chi, in attesa di liberarsi in fretta della nuova segretaria e tornare a giocare con le figurine.   

Ciò che abbiamo visto in questi giorni è assai più pericoloso di quanto accadde durante i terribili anni del terrorismo, poiché allora vi era un paese vivo, risoluto a proteggere ciò che avevamo ricevuto in dono prima dalla Resistenza e poi dai padri costituenti. Fu questo a consentirci di sconfiggere le Brigate Rosse, la forza morale di un paese che ancora ne aveva da vendere, prima di farse rubare da imbonitori attenti solo agli affari propri, a confezionare mitologie personali campate per aria. Quella forza morale annientata dal trentennio berlusconiano.

Penso ai martiri di allora, uno su tutti, Guido Rossa, silenzioso oppositore dei violenti, coraggioso modello a cui ispirare l’educazione dei giovani di oggi, sostituito da chi si è fatto beffe di tutti noi, concentrandosi sui propri interessi. A ognuno gli eroi che si merita.   

In proporzione, il sindacalista genovese, ucciso dai brigatisti per tappargli la bocca, sta al defunto di oggi come una galassia sta a una biglia di vetro. Ma non lo conosce nessuno, eppure se possiamo ancora portarci un filo di rispetto è a persone come Guido che lo dobbiamo.   

Lo stesso paese che trovò la forza per mettere in mora un’intera classe politica risucchiata nelle spire di Tangentopoli. In quegli anni fui tra i giovani impegnati che denunciarono quelle malefatte, ora sento la figlia di Bettino Craxi che continua a lagnarsi, mentre vive di stipendi istituzionali, del trattamento riservato a suo padre, fa finta di non ricordare cos’era la politica di allora, anche grazie ai socialisti.

Nella giunta comunale di cui facevo parte, gli assessori dormienti, più vicini alla signora che al sottoscritto, si destavano solo quando bisognava assegnare incarichi professionali. Due a me, uno a te. Un architetto vale due geometri. Amenità di questo genere.

Oggi l’energia che ci liberò dal terrorismo e ci condusse almeno a sfidare la politica corrotta, si è esaurita, il clima di piazza Duomo lo dice senza ombra di dubbio, annuncia un futuro incerto, perché abbiamo assistito inerti a una gravissima e intollerabile falsificazione della realtà, senza che un solo partito di opposizione gridasse il suo scandalo, dando ai cittadini l’impressione di doversela cavare da soli.

Per questa e altre ragioni, se vogliamo darci una nuova possibilità, ritrovare quello spirito smarrito, l’unico modo per farlo è impegnarci personalmente nella realtà tridimensionale, lasciando perdere le tastiere, evitando di delegarci a chicchessia, altrimenti il martirologio farlocco che la destra ci vuole imporre, non solo cancellerà i veri martiri italiani, ma spegnerà ogni residua speranza di fare crescere i troppi bambini col corpo di adulti che votano o non votano, come se tutto fosse un gioco.

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