Domenica, 14 Luglio 2024
Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

Il mio triste 2 giugno 2023

Sentire la presidente del consiglio chiedere di remare tutti insieme nella stessa direzione, mette tristezza e rabbia, perché si tratta della stessa persona che un anno fa aveva pronunciato l’intollerabile discorso di Marbella. Una di quelle pietre che restano scolpite nella storia delle comunità e che dobbiamo sforzarci di non dimenticare

Proprio così, triste, tanto triste, come non era mai stato.

Sentire la presidente del consiglio, sempre così pronta alla lacrimuccia di circostanza, chiedere, anche al sottoscritto e proprio durante la parata del 2 giugno, di remare tutti insieme nella stessa direzione, mette allo stesso tempo tristezza e rabbia, perché si tratta della stessa persona che un anno fa aveva pronunciato l’intollerabile discorso di Marbella. Una di quelle pietre che restano scolpite nella storia delle comunità e che dobbiamo sforzarci di non dimenticare, discorsi che, come si disse per la lettera dei ragazzi di piazza Tienanmen, andrebbero letti in tutte le scuole e spiegati parola per parola, contrapponendoli a quelli di Sergio Mattarella. Analisi comparative necessarie, vitali, per non cadere della consueta trappola del “siamo tutti uguali”.

Adesso, la stessa donna vorrebbe insegnare alle persone come me, che lavorano da quando avevano undici anni, proprio così, da che parte devo remare, ma soprattutto mi chiede di farlo insieme a lei. Non si può, gentile signora, perché non stiamo andando dalla stessa parte, abbiamo idee radicalmente diverse su cosa significhi stare al mondo, sul senso stesso della vita, che si misura da cosa pensiamo del prossimo, delle sue attese, dei suoi sogni.

Mi permetta, presidente del consiglio, lei deve salire di qualche gradino se vuole che ci intendiamo su queste cose non siamo complanari e di questo passo non lo saremmo mai.

Qui non si tratta, come dice qualche anima candida, di rispetto per l’avversario ma di idee inconciliabili sul concetto di “umanità”, e non tiri fuori, per piacere, quella stupidaggine dei comunisti, sulla quale avete costruito, da un secolo a questa parte, fortune politiche immense, sfruttando il fatto che tante persone, troppe per essere il terzo millennio, esattamente  come i bambini piccoli dividono la realtà in modo bipolare, riconducendo in due angusti cassetti la varietà dei singoli esseri umani. Quella varietà che i cuori totalitari italiani trovano indigesta. Non la sopportano perché sono fobici e se una cosa non sta al suo posto, quello deciso da loro, è sbagliata. A cominciare dalle manifestazioni relative ai propri orientamenti affettivi, riserve che se potessero manifestarsi in tutta la loro rozzezza ci riporterebbero nella meraviglia pellicola di Ettore Scola, “Una giornata particolare”, perché le fobie retrostanti sono ancora quelle, paure irrazionali della diversità, di qualsiasi diversità, che chissà cosa tocca della loro psiche. L’omosessualità non è una malattia, la paura dell’omosessualità invece lo è.

Una volta risolvevano queste contraddizioni molto per le spicce, adesso che proprio usando quelle perverse leve culturali sono arrivati nella cabina di comando, sono costretti a giocare con le regole della civiltà, ma si capisce chi gli stanno strette.

Il discorso di Marbella è una vergogna perenne, chi lo pronunciò, invece di lanciare appelli sentimentali, dovrebbe avere la buona creanza di dedicarsi a cose private, semplicemente perché non può rappresentare una comunità complessa, di sicuro non può rappresentare me e la mia famiglia, ma neanche tantissime persone con le quali mi confronto nei miei giri per l’Italia. Una civiltà matura dovrebbe essere guidata da persone che non si sentono padrone della capacità espressiva degli uomini, della loro natura intima, dei loro diritti a “progettarsi” come credono, tra i quali c’è quello di viaggiare per costruirsi un destino migliore, e quando lo fanno a rischio della vita, dovrebbero essere onorate, non stipate in luoghi ignobili. Quelle sentine che i miei figli e quelli della presidente del consiglio non conosceranno mai, non perché siano migliori di coloro che vorrebbero raggiungerci, ma semplicemente perché nati in questo paese, creato dal sangue di persone più vicine al sottoscritto che alla presidente. Certo, diciamolo con tutta la chiarezza del caso, se retroproiettiamo le nostre persone a un secolo fa, dotandole delle stesse idee, io e la signora saremmo finiti in campi opposti. Solo il filone a cui sarei appartenuto evolve verso la democrazia. Invece oggi è successo l’impensabile, una tremenda eterogenesi dei fini regalataci proprio da quella democrazia che, comunque, ci salverà, se sapremo proteggerla.

Ieri mi sono chiesto cosa avrebbe pensato Giacomo Matteotti, delle parole della presidente del Consiglio, forse sarebbe stato più ottimista del sottoscritto, non saprei, di certo il suo sangue dovrebbe porre più di una domanda alle persone dotate di memoria, perché dimenticare non si può, la memoria è una responsabilità che fa tremare i polsi.

Da ora in avanti, fino a quando non saremo rinsaviti, il 2 giugno per me sarà un giorno di tristezza, nel mio piccolo mi farò intimamente carico anche di quella di coloro che sono morti dalla parte giusta o per una causa che non condivisero.

“In via Ancona 2 visse nel 1926 il martire antifascista Carlo Rosselli e qui ebbe sede la redazione del Quarto Stato rivista socialista a difesa della libertà e della democrazia”.

Passo tutte le volte che posso davanti a questa lapide, a Milano, ultimamente lo faccio con maggiore frequenza. Mi conforta e mi fa sperare in momenti migliori, perché quello spirito non è morto, bisogna tenerlo vivo, per il bene di tutti, soprattutto per coloro che non vogliono abitare certi primitivi schemi che sembrano non volere morire mai.

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