Giovedì, 18 Luglio 2024
Riguardare con cura

Riguardare con cura

A cura di Domenico Barrilà

Silvio Berlusconi, una vera giornata di lutto e di cecità collettiva

L’Italia è stata per anni una fedele riproduzione della corte di Duca di Mantova, con innumerevoli Rigoletto a intrattenere i convenuti, sempre compiacenti e grati della generosità del mecenate. Eppure, qualcosa dobbiamo a questa persona a cui saranno riservati funerali solenni e lutto nazionale

Non se ne può più di leggere i commenti dei giornali italiani, dopo la morte di Silvio Berlusconi, quelli stranieri raccontano un’altra storia, assai più vicina alla realtà, rinnovandoci sentimenti di mortificazione che abbiamo provato a lungo. Ma non stanno facendo nulla di eccezionale, si limitano a ricordare ciò che molta stampa nazionale sembra avere messo sotto i tappeti.

Non se ne può delle dichiarazioni di personalità pubbliche, sembrano tornate all’improvviso da un’altra galassia e in preda a un drastico sfasamento spazio-temporale.

La morte non è più una livella, qualsiasi cosa pensi il principe De Curtis, ma un’esaltatrice di fantasie scollegate dal vero, che rimuovono tremende parti grevi e controverse, cancellandone ogni traccia, ed esaltano quelle lusinghiere, anzi quelle soggettivamente lusinghiere.

Una mummificazione a regola d’arte, con generoso utilizzo di aromi e profumi, che coprono ogni olezzo.

L’effetto, come si può facilmente intuire, risulta caricaturale, nei sopravvissuti però, che ora gareggiano nel contendersi la palma dell’encomio perfetto, facendo morire, stavolta dalle risate, lo stesso defunto, oltre ai forestieri che oggi si trovano di fronte l’ennesima commedia priva di trama nonché di rapporti causa-effetto.

Silvio Berlusconi è la stessa persona che abbiamo osservato per anni e sulla quale mi pare non ci sia altro da aggiungere, quella che è riuscita a farsi santificare in vita, contro ogni evidenza, comperandosi tutto ciò che si poteva comperare col danaro e con la “posizione”, a cominciare dalla devozione, del popolo e, soprattutto, dei tanti beneficati, privati di ogni sussulto di obiettività, quando non di dignità, perché schiacciati dalla loro personalità e dalla leva, efficacissima, del debito di gratitudine. Quando sei in debito fatichi ad alzare la voce, posto che tu la voglia alzare davvero, già, perché non si finisce mai per caso nel novero dei seguaci, c’è qualcosa di predisponente che ti porta nel carniere del cacciatore.

I grandi fenomeni sociali sono nient’altro che la sommatoria di tante minuscole dimenticanze di sé e della successiva consegna in mani altrui, senza negoziato.

Abbiamo sentito piagnucolare al Tg1 un noto direttore di quotidiani, che sta invecchiando rotolandosi della sua greve personalità, quella di sempre, c’è coerenza nello stile di vita.

Fu dipendente del defunto, ora ammette, bontà sua, il cospicuo debito di riconoscenza, precisando che l’editore lo aveva fatto “diventare ricco” (solo economicamente, aggiungo io) e ricordando che questi non interferiva mai col suo lavoro. Probabilmente non ce n’era mai stato bisogno, né con lui né con tanti direttori delle testate di famiglia, cartacee e televisive, mediatori di ciò che arrivava alle persone comuni durante il secondo Ventennio, costruttori di quella bolla narrativa in cui è finito il nostro paese, proprio quella che i giornali stranieri non vedono. La stessa bolla che ora genera quasi fosse la cosa più naturale del mondo, questo grottesco tentativo di beatificazione.

Del resto, mi pare facile intuire cosa sarebbe accaduto se qualcuno si fosse messo nella condizione di agire diversamente. I meccanismi di autoregolazione funzionano sempre meglio della censura.

L’Italia è stata per anni una fedele riproduzione della corte di Duca di Mantova, con innumerevoli Rigoletto a intrattenere i convenuti, sempre compiacenti e grati della generosità del mecenate, con tante Gilda messe a disposizione del suo appetito. Con innumerevoli, troppi, intellettuali che tenevano famiglia e che pigolarono solo quando il mecenate finì nel libro nero, rimanendovi solo per poco. Forti coi deboli, pecoroni coi forti.

Un giornalista straniero, di cui purtroppo non ricordo il nome, disse anni fa, in pieno impero, che in fondo gli italiani con Berlusconi facevano esattamente ciò che avevano sempre fatto, con la differenza che ora non se ne vergognavano più.

Un grande traguardo direi, un gigantesco processo di integrazione concluso con successo.

Eppure, qualcosa dobbiamo a questa persona a cui saranno riservati funerali solenni e lutto nazionale -scelta terribile e ingiustificata- il suo transito è stato come una luce su un paesaggio buio, un bagliore potente, capace di esaltare tutti gli angoli nascosti dell’animo degli italiani. Un preciso test proiettivo, rivelatore della mappa interiore di ciascuno, grazie al quale adesso possediamo precise consapevolezze di ciò che possiamo aspettarci da noi e dai nostri connazionali.

Abbiamo imparato, nel secondo Ventennio, che lo stesso fascismo, quello originale, non fu un caso bensì la manifestazione di questa nefasta inclinazione all’asservimento, sempre pronta a risvegliarsi davanti al pifferaio giusto, dunque non saremo mai al sicuro.

Del resto, stiamo vivendo quello che potrebbe trasformarsi nel terzo Ventennio. Che non sarà l’ultimo.

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