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Mercoledì, 19 Giugno 2024
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Le ottave di Pitrè e "li tri surelli", i gioielli della musica popolare di Marina di Patti

Anche Patti Marina e più in generale Patti, conserva un'importante eredità di tradizioni  e  musiche popolari: la creazione di eventi e spettacoli teatrali mi ha permesso di battere una strada quasi vergine nella riscoperta di questi documenti e  dei vari testi. Basti pensare che le pubblicazioni dei cosiddetti pionieri dell' etnomusicologia tra cui  Pitrè, Vigo, Salomone Marino restituiscono frammenti, ottave di canzoni anche senza partitura, leggende, rimaste dopo 150 o più dalla pubblicazione, praticamente sconosciute al grande pubblico. 

Anche Patti esprime l'anima di un popolo che ha una pregnante devozione religiosa, (si ricorda altresì l'importantissima restituzione del prof. Sergio Bonanzinga  di studi e registrazioni sulla festa di San Teodoro di Sorrentini e i riti musicali  di guarigione  curata da Nicola Calabria ndr)   che sa  cantare d'amore con ottave quasi  memoria petrarchesca con Parti suspiru me, parti e camina.., va unni dda rosa lisciandrina..

O ancora Vogghiu fari na littra di chiantu , n'autra di sospiru e di tormentu...unnè la bella ch'io adoru tantu? , e anche altri riferimenti a Storie e leggende come quella del Marinaio di capo Feto e motti e modi proverbiali " Palermu havi lu portu , Patti havi lu PiuppuHa da esseti di Patti la Pignata, pi fari la  minestra sapurita etc. e come dimenticare la Ninna Nanna restituita da Vigo ", forse la più antica di Patti" Voca Voca Marinaru che lu Celu nun è chiaru...pri lu sonnu chi cal fai la ninna  e fa la vò.

 La stessa cosa dicasi per il disco Reportage di Patti Marina di Otello Profazio che  nel 1978  registra a Patti Marina uno studio  di canti, nenie, ballate, filastrocche,  racconti di guerra e del mondo popolare e musicale  dell' antica Marina. I due cantori   erano Zu Paulu Betta,  anziano cantore di barberia di  94 anni, che aveva partecipato  alla prima guerra mondiale e Antonia Barbera, accompagnati alla chitarra dal giovane docente di filosofia Gigi Crifò che volle insieme a Peppuccio Buzzanca che Profazio registrasse il famoso Lp.

Tra la varie di canzoni, emergono la perla della Tarantulá cantata da Zu Paulu Betta e che l' emerito etnomusicologo Sergio Bonanzinga ha annoverato tra gli ultimi esempi di tarantismo siciliano e C' erano  tre sorelle, cantata da Antonia Barbera. Questa versione  si aggiunge incredibilmente  agli esempi giá trascritti dal Meyerbeer e l' ultima di Bronte, registrata dallo stesso Bonanzinga negli anni 80. Meyerbeer nel 1816  trascrive una versione reperita a Siracusa e  si basa sulla notissima aria francese di “Malbrough s’en va t’an guerre”; probabile che il canto fosse giunto in Sicilia un secolo prima, all’epoca della  dominazione sabauda dell’Isola e la sua origine potrebbe essere medievale. La peculiarità del brano risiede nell' essere esempio di canto diffuso in Sicilia  ma non appartenente alla tradizione popolare autoctona. Nell' arco  temporale che va dal 1816 al 1933, viaggió dall' area di provenienza piemontese/ francese sino in Sicilia, come emerge dai recenti studi dello stesso Bonanzinga. Ma questa scoperta è estremamente importante perché sbaraglia  le erronee e superficiali interpretazioni di chi lo ritiene   un testo canoro  riferibile a filastrocche e cosa più grave di ascendenza siciliana! Il genere è  assolutamente ascrivibile, come asserisce il Bonanzinga  a quello provenzale della ballata. 

L 'interpretazione  allegra di Antonia Barbera rivela, inoltre, un contenuto dagli esiti positivi: il corteggiamento d' amore si conclude con un lieto fine e non come in altre versioni in rimbrotti da parte di una delle famose sorelle. Questa  versione, tra l'altro, registra una simpatica restituzione della Signora Barbera a testimonianza della tradizione orale: invece di Pescator dell' onda la Signora canta Pescator di Londra  con reazioni allegre da parte del pubblico. Anche questa versione, trascritta per l' occasione dal Maestro Antonio Putzu è differente nella melodia dalle altre versioni conosciute. Marina di Patti pertanto custodisce importanti testimonianze insieme ai frammenti che Pitrè raccolse  nella seconda metà dell' Ottocento grazie al Sacerdote Caleca  che molto probabilmente operó nella chiesa di Santa Caterina di Patti Marina. 

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