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Martedì, 5 Luglio 2022
La forma delle idee

Opinioni

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

I nuovi precetti per la Città post covid, ma architettura e pandemia non possono dialogare

L’architettura serve per fare incontrare le persone, le misure per contenere il virus ad allontanarle. Ecco perché gli urbanisti non possono dare risposte alla domanda sollevata da un problema che si colloca agli antipodi dei suoi fini più generali. A meno di non voler costruire un nuovo mondo disumano a discapito di ogni visione umanistica, democratica e civile della città

Sulle pagine dei più grandi giornali nazionali, con tempestività profetica, uno dei più influenti architetti/urbanisti italiani ha già dettato le linee guida della città del post Covid prospettando soluzioni compatibili con il configurarsi di una pandemia perenne.

Egli afferma, nel plauso generale: “Non dobbiamo parlare di distanziamento sociale, ma dei corpi”.

Non ci sono solo i biologi che hanno snaturato la loro competenza a favore della distopia che stiamo vivendo prestandosi cinicamente a questa innaturale e anti democratica deriva, ci sono anche architetti e urbanisti. Sono sempre i soliti corteggiatori del pensiero dominante al quale danno in pasto le loro “novità” urbanistiche e architettoniche. “Trovate” che compiacciono il potere di turno a discapito dell’uomo e a favore del radicarsi di un imperante e feroce nuovo dio, incuranti della dimensione etica della loro professione, ormai perduta da un pezzo.

I nuovi precetti per la Città post covid

Sono quelli che hanno imparato che non si diventa indiscussi archistar senza l’investitura dell’establishment, per la quale sono disposti a dissertare in tv con i loro banali pleonasmi tecnici, rifilando a questa società puerilizzata che assorbe acritica, talune idee “cialtrone” che presto diventano paradossali mode anche tra gli architetti. Basta propinare precetti politicamente corretti e funzionali alle mire del potere di turno che il trionfo mediatico è assicurato anche se queste soluzioni vanno a discapito dei bisogni dell’uomo. Qualsiasi idea dannosa per l’uomo essi pensano la fanno passare come pensata per il suo bene.

Non è più il tempo in cui i grandi architetti da Vitruvio a Gianbattista Alberti, da Michelangelo a Le Corbusier, da Marinetti a Ridolfi, da Libera a De Renzi, etc., dialogavano con il potere per vedere affermata la loro visionaria avanguardia e non per compiacere la sua volontà.

Oggi molte accademie e molti grandi professionisti invece di fermare questa deriva disumanizzante lavorando per migliorare la qualità della vita dell’uomo, senza perdere mai di vista la sua natura e la sua dimensione biologica, si fanno strumento del potere distorcendo le risposte alle necessità antropologiche e culturali dell’uomo stesso.  Scaltramente suggeriscono ciò che può essere utile al nuovo potente di turno e non al nuovo uomo, pur di restare in auge, dimentichi che l’architetto lavora per l’uomo e non per dio.

Distanziamento sociale o distanziamento dei corpi

Progettare la distanza dei corpi è ipso facto provocare l’assenza della socializzazione e delle relazioni umane. Progettare una città dove i corpi non si incontrano mai o si incontrano di rado e in modo innaturale si traduce in una grande censura della crescita morale e civile dell’uomo. Significa inibire il realizzarsi di quell’esperienza reale che forma il carattere degli uomini nonchè ridurre la dimensione fantastica del pensiero umano.  Sono la bontà e la qualità delle relazioni che fanno umano l’uomo, non la loro inibizione.

Il distanziamento sociale e la distanza dei corpi che sono sinonimi ci vengono perniciosamente spacciati come contrari: cattivo il primo, buona e salutare la seconda. Questa è una gravissima manipolazione semantica che mette i brividi. Basta cambiare il senso delle parole per cambiare la percezione della realtà.

Questo raccapricciante slogan (Non dobbiamo parlare di distanziamento sociale, ma dei corpi) viene sostenuto argomentando che i corpi che non si incontrano producono pochi spostamenti all’interno dei nuclei urbani quindi le strade, le piazze, i viali saranno liberati dal transito veicolare (quel transito veicolare che in molti casi gli urbanisti non hanno saputo risolvere), così: “l’aria può circolare e il rischio di contagio è minoreNe deriva che le attività che prima si svolgevano al chiuso (teatri, cinema, negozi, bar, ristoranti, etc..) dovrebbero proiettarsi fuori, con dehors e spazi riscaldati”.

Vi sarà in futuro una babilonia dei paesaggi cittadini che travolgerà l’armonia di certe prospettive urbane concepite per fare delle città delle vere e proprie quinte sceniche.

Inevitabilmente si verificheranno perdite d’identità e di Genius loci. Le città non avranno più l’aspetto delle architetture che le hanno modellate, bensì quello ricorrente e disordinato della produzione seriale di arredo urbano in ferro, vetro e materiali plastici sgradevoli e squilibrati. I centri storici diverranno delle baraccopoli e le periferie affonderanno sempre più in un convulso degrado formale.

Non si possono estroflettere funzioni umane ataviche che naturalmente cercano riparo all’interno di spazi chiusi e sicuri senza compromettere il senso del vivere sociale. Quelle funzioni rappresentano il motivo per il quale l’uomo ha concepito l’architettura, per proteggersi e svolgere meglio tutte quelle attività utili alla sua sopravvivenza individuale e comunitaria. Le architetture aggregate in un dato spazio danno vita alle città. I loro interni sono da sempre utili all’uomo. Il loro margine genera gli spazi aperti (piazze, strade, slarghi, etc.) dove si svolgono altre funzioni vitali per l’uomo come muoversi, passeggiare, incontrarsi, socializzare.

Se questa nuova concezione di città venisse attuata assisteremmo ad una perdita incipiente della qualità culturale e della quantità dell’offerta funzionale che da sempre forniscono l’architettura e la città.

L’esternalizzazione di certe funzioni di relax sociale comporterà il sicuro declino delle città che presto smetteranno di esistere. Ad esempio le città della notte, le più democratiche possibili, dove l’oscurità cancella ogni differenze sociale. Che fine faranno le vivaci movide dove le giovani generazioni tessono le loro necessarie relazioni sociali e umane?

Senza considerare che questi spazi aperti riscaldati produrranno un aumento esponenziale di consumo energetico e di conseguente emissione di CO2: un conto è riscaldare un ambiente chiuso altro è riscaldarne uno aperto.

La città nasce come luogo di opportunità, diritti, lavoro, benessere, qualità della vita e confort. La città ha senso se in essa si possono svolgere le cinque funzioni che la rendono attrattore antropico per eccellenza: lavorare; spostarsi agevolmente; vivere in salute e sicuri; trascorrere il tempo libero e socializzare.

La città del covid e della postmodernità

La pandemia non è la chiave per ripensare le città in peggio, ma la prova provata che le città ormai da tempo vanno verso un declino inesorabile dovuto al venir meno delle relazioni sociali causato da una post modernità globalizzata e digitale, dove come spazi di relazione sociale sono rimasti solo gli ipermercati o la rete. Luoghi che sono l’esatta negazione della socializzazione dove non è possibile la formazione dell’identità personale di chi li frequenta poiché la loro fruizione avviene nel più assoluto anonimato, diversamente da quel che accadeva un tempo nei bar, nelle piazze, nei giardini, nelle botteghe di vicinato. In questi luoghi, ormai obsoleti, il cittadino non era un anonimo consumatore ma un individuo che aveva un ruolo sociale e veniva riconosciuto con tanto di nome, cognome e per le sue caratteristiche identitarie.

Se questo paventato nuovo dogma urbanistico si dovesse applicare all’attuale già alienante scenario urbano, l’orizzonte delle città e della nuova urbanistica si tingerebbe di tinte fosche e di insensatezza, le stesse che ormai caratterizzano i “nuovi” afasici linguaggi architettonici influenzati dalla moda innaturale e disfunzionale del bosco verticale.

La città passerà da luogo di relazioni a luogo dell’alienazione e del rischio. Un’infinità di fruitori di bar, ristoranti, pizzerie, pub, cinema, negozi, etc., saranno esposti alle intemperie e saranno nuovi malati da curare, perché andare in questi luoghi significherà rinunciare al confort ed al tepore interno. Gli incontri e la socializzazione avverranno solo in luoghi poco salutari, freddi e rischiosi, specie nelle stagioni invernali a certe latitudini.

Inevitabilmente, presto, le funzioni di relazione spariranno e perderemo ogni attitudine alla socialità. Poiché le condizioni in cui queste potranno svolgersi saranno deterrenti per i potenziali fruitori che presto rinunceranno a favore di un progressivo isolamento. Ciò comporterà nuovi processi di impoverimento civile e culturale.

L’Aporia Urbanistica e il Bispensiero

Questi nuovi precetti urbanistici, privi di senso e di struttura logica e funzionale, negano pienamente quei fondamentali dell’architettura e dell’urbanistica che hanno l’uomo come misura di tutte le cose.

Finora ogni grande rivoluzione urbanistica o architettonica ha sempre espresso, oltre ai termini dell’innovazione formale e spaziale una grande e imprescindibile compatibilità antropologica e antropometrica, pena l’inaccettabilità e l’insuccesso. In architettura e in urbanistica ogni nuova  proposta che non tiene conto delle necessità naturali dell’uomo si chiama errore.

Ma oggi anche nella scienza dell’urbanistica assistiamo all’imperare del bispensiero che caratterizza la società distopica immaginata da Orwell. Si afferma con forza quell’atteggiamento cognitivo che ritiene la verità un utensile: un argomento che seppur illogico e contraddittorio (come le affermazioni in questione) è utile a supportare ed affermare la volontà del potere.

Il bispensiero va oltre il sofisma, supera i brachilogismi e i paralogismi della società consumistica e del neoliberismo, ai quali, ancora non riuscivamo ad abituarci.

Il bispensiero contiene in sè due sfumature che sono nocive, per eccellenza, all’affermazione della verità vera e dell’evidenza evidente: l’incoerenza come valore e la rimozione del passato e della conoscenza acquisita.

In epoca di post verità (una categoria di pensiero che non vede la verità come un valore ma come uno strumento flessibile da adattare a seconda dello scopo) si afferma così anche l’Aporia Urbanistica: una categoria pseudo tecnica che impone di accettare, senza possibilità di eccezione o confronto, l’idea che non ci siano soluzioni al bisogno di creare nuovi spazi urbani di relazione umana.

Ciò determina la scomparsa definitiva del ruolo intellettuale dell’architetto e dell’urbanista lasciando definitivamente spazio ad un servilismo ad oltranza che sostiene le grandi speculazioni a danno degli equilibri naturali e favorisce una distopia globalizzata realizzando spazi e funzioni urbane utili ad un nuovo mondo disumano a discapito di ogni visione umanistica, democratica e civile della città.

E’ l’urbanistica del Big Brother….  al tempo del Rycovery Found… bellezza! Dove i “padroni del mondo”(per dirla alla Benson) attraverso il nuovo Leviatano finanziario ci danno quei quattro spiccioli che prima ci avevano censuato e si prendono per sempre le libertà naturali degli uomini.

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