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La forma delle idee

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

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I palazzi di via Curtatone e Montanara, la forma liberty del socialismo abitativo

Gli alloggi popolari di concezione socialista in coerente stile modernista a Messina furono rarissimi. Ne segnaliamo tre che sono, nella loro unicità, degni di attenzione formale in quanto rappresentano quel paradigma di alloggio popolare che in città fu del tutto disatteso

Segnaliamo un’architettura minore cittadina che è la forma di un’idea democratica di un’ideale socialista. Quell’ideale che fu l’essenza vera del modernismo architettonico.

Lo spazio domestico per le classi lavoratrici è stato uno dei punti ideologi dell’Art Nouveau. Declinato in una versione espressiva più sobria, rispetto a talune modellazioni eclatanti tipiche di questa cifra architettonica, per ovvi motivi di ordine prosaico.

John Ruskin fu il primo e forse il maggiore teorico e divulgatore della nuova arte socialista, il Modern Style. Fu il primo a concepire il Modernismo come arte socialista che avesse come scopo quello di migliorare le condizioni di vita delle classi meno abbienti.

Egli impegnò tutte le sue ricchezze nella formazione di una nuova scuola artigiana teorizzando l’ontologia primaria dell’architettura moderna: un’arte radicalmente nuova che interpretava il futuro senza retaggi del passato con l’obiettivo di migliorare le esistenziali di tutti, specie delle classi lavoratrici.

Conosciuto come uno dei maggiori teorici della restauro architettonico fu anche uno dei primi teorici del socialismo reale insieme ai grandi utopisti del XIX secolo quali Cloude De Sain Simon, Robert Owen, Nicolaus Le Duc; Charles Fourier, Etienne Cabet, etc..

All’epoca fece scalpore nell’ambiente liberista il suo articolo “Le radici dell’onore” , una feroce critica alla visione della natura umana tipica degli economisti, che riduce ogni movente all'avarizia. Sul tema della giustizia sociale scrisse due libri fondamentali per il socialismo scientifico: “Cominciando dagli ultimi” e “i diritti dei lavoratori”. Testi in opposizione alla deriva della rivoluzione industriale e ai suoi effetti oppressivi sulle nuove classi lavoratrici (Il proletariato).

I suoi furono modelli che dettero risposta tecnico scientifica alle denunce di filosofi come Alexis de Torcheville che già nel 1815, sul "Jouneys to England and Irleand" descriveva così i sobborghi di Manchester: “La povera gente abita in case miserabili allineate lungo strade molto strette, sotto le quali vi sono cantine abitate da 12-15 persone. Vicino a queste abitazioni sono presenti fabbriche in grande quantità e lo smog da loro prodotto forma una nebbia che non permette ai raggi del sole di passare. Gli operai vivono in condizioni igieniche pessime.” e a sociologi come Friedrich Engels autore del trattato “La situazione della classe operaia in Inghilterra” del 1845, frutto di una molto contrastata indagine sulle condizioni delle periferie britanniche, nel quale il filosofo-sociologo tedesco descrisse e denunciò le condizioni dei sobborghi inglesi nell’epoca vittoriana.

Grandangolo su palazzi di via Curtatone e Montanara

Grazie a questi stimoli nell’esposizione universale di Londra del 1862 si affrontò per la prima volta il tema delle Case della classe operaia fino a definirne le caratteristiche tipologiche nella Esposizione di Parigi del 1900 a Parigi. Da queste esperienze venne furori una vasta manualistica sull’architettura delle classi lavoratrici.

La vicenda europea degli alloggi popolari agli inizi del XX secolo conduce ad una nuova concezione tipologica dell’architettura residenziale. Nel 1901 il manuale “The Art of Building a Home” di Richard Barry Parker e Raymond Unwin diventa il riferimento, in tutto il continente, di una radicale e innovativa concezione dell’architettura: l’Architettura domestica per le classi lavoratrici, che caratterizzerà tutte le nuove città d’Europa mettendo in pratica le idee di Ebenezer Howard sulla creazione di ideali Città Giardino, sull’esempio di Letchworth Garden City del 1905.

Molti paesi europei emanarono leggi a favore della realizzazione di quartieri popolari.

In Italia il dibattito sulle case popolari condusse alla L. 252 del 1902, meglio conosciuta come “Legge Luzzatti” che modificò la fisionomia di quasi tutte le città italiane contribuendo ad una buona integrazione e coesione sociale.

Le case economiche a Messina agli inizi del XX secolo

Nonostante lo scenario descritto, Messina dopo il terremoto, come più volte sottolineato, rinuncia al Modernismo e si chiude in uno sterile neo eclettismo, che caratterizzerà l’intera estetica di città risorta. Questa architettura reazionaria sarà anche la plasticizzazione di una rapace categoria di pensiero conservatrice che ha censurato sul nascere l’idea di concepire alloggi popolare per risolvere l’emergenza abitativa post sisma, puntando tutto sull’anacronistica tipologia edilizia del palazzetto signorile.

Dopo il terremoto le classi lavoratrici e quelle meno abbienti finirono nei villaggi ultrapopolari che presto si trasformarono in ambienti urbani di grande degrado e di inevitabile devianza civile.

Una asimmetria di trattamento sociale ancor oggi irrisolta.

Gli alloggi popolari di concezione socialista in coerente stile modernista (simili a quelli che si possono riscontrare in tutte le città italiane realizzate a partire dal 1902 fino all’avvento del fascismo) a Messina furono rarissimi.

Ne segnaliamo tre che sono, nella loro unicità, degni di attenzione formale in quanto rappresentano quel paradigma di alloggio popolare che in città fu del tutto disatteso. Sono gli unici palazzi di Edilizia Economica che presentano un linguaggio Liberty o modernista in coerenza con i presupposti ideologici dell’Art Nouveau.

Sono tutti ubicati sulla sponda sinistra del Torrente Boccetta. A nostro avviso esprimono un buon valore artistico e culturale. Realizzati tra il 1915 e il 1923 la loro tipologia edilizia aderisce pienamente ai dettati della Legge Luzzatti.

Il primo palazzo delle tre Case Economiche è l’isolato 382 di via Gonfalone (1915-1923).

Un edificio a corte a due elevazioni fuori terra tutto destinato ad alloggi il cui ingresso avviene da via Gonfalone, 1.

L’involucro presenta un linguaggio declinato con espressività eclettica nonostante i molti ed enfatici stilemi floreali che caratterizzano i capitelli delle paraste di ordine maggiore. Le cornici delle bucature di segno modernista si presentano anch’esse coerenti con i decori floreali.

A tradire la contaminazione eclettica sono le palmette e l’apotropaismo leonino posto nella chiave del portone d’ingresso. Uno stilema quasi vernacolare che ci spiega quanto fu marcato l’imprinting di Coppedè su tutta l’architettura cittadina post 1908.

Il secondo palazzo è l’isolato is. 384 di via Curtatone e Montanara (1915-1923).

Sobrio, delicato, ma di autentico linguaggio modernista. Efficaci sono le fasce a ricorso regolare che tagliano il primo livello. Il portone d’ingresso elaborato in cifra Art Nouveau si distingue per la leziosa lunetta in ferro battuto di marca floreale.

Le cornici moderniste hanno eleganti fiocchi dai quali si dipanano le orizzontali fasce scalanate. Graziose sono le inferriate dei parapetti e delicata è la fascia di rose nel sottogronda.

Siamo di fronte ad un esempio paradigmatico di architettura socialista per le classi lavoratrici. Un esemplare che ci illustra lucidamente come si sarebbe potuto ovviare ai terribili villaggi extrapopolari.

Il terzo palazzo è l’isolato 393 di via Giacomo Longo.

Edificio dall’espressività modernista con echi di Liberty nei decori delle cornici delle finestre e nei capitelli dei pilastri posti agli ingressi dei cortili. Questi ultimi ostentano un lessico marcatamente modernista con poetici echi di Secession.

Anche in questo edificio si traduce pienamente il precetto dell’architettura domestica socialista.

Questi tre esempi rappresentano ciò che si sarebbe dovuto fare in tutta la città per soddisfare il drammatico bisogno abitativo evitando quella perniciosa “Fenomenologia della Baracca” che da oltre un secolo ha cinicamente sperequato i rapporti sociali in riva allo Stretto.

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I palazzi di via Curtatone e Montanara, la forma liberty del socialismo abitativo

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