Martedì, 16 Luglio 2024
La forma delle idee

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Terremoto del 1908, quei trentotto secondi che ancor oggi non sono finiti

Un sisma catastrofico è un evento eterno per chi vi soggiace, eterno per chi vi sopravvive. A Messina molte attuali gravi asimmetrie di trattamento sociale trovano la loro radice nelle scelte operate per la ricostruzione. Ecco perchè

La città secolare dormiva placida sulle sue solide millenarie attività portuali, sulla sua consolidata tradizione e struttura sociale, in quel freddo primo mattino, nel bel mezzo delle festività natalizie. Erano le cinque e ventuno minuti, quando la terra comincia a tremare per un tempo interminabile. Trentotto secondi. Trentotto secondi che ancor oggi non sono finiti.

Lo scuotimento tellurico di un grande terremoto come quello che percosse la città di Messina il 28 dicembre del 1908 è sempre interminabile per le popolazioni colpite.

I suoi effetti si dilatano quel frangente e ognuno di quegli istanti diventa infinito. Quelle scosse amplificano quel tempo nel tempo. Dilatano il tempo del sisma oltre il sisma.

Un terremoto catastrofico è un evento eterno per chi vi soggiace, eterno per chi vi sopravvive, eterno per chi, come i messinesi di oggi, a distanza di oltre un secolo, vivono quel luogo.

Il terremoto segna in modo inesorabile e per sempre i luoghi che colpisce.

Anniversario del terremoto del 1908, il percorso della memoria: ore 5.21 accendiamo le luci nelle case

Lascia tracce indelebili nella storia collettiva e in quella personale degli uomini superstiti, nei loro animi e negli animi dei loro eredi e di chi in futuro nascerà e vivrà in quel luogo.

L’effetto più terribile del terremoto non sono i crolli, le rovine, i morti, le famiglie che si spezzano, le vite che si infrangono, ma l’istinto predatore di coloro che cercano di trarre profitto dalla gestione della tragedia, approfittando dell’abbassarsi della soglia di vigilanza civile e morale della popolazione inerme.

Il vero disastro sulla tragedia sono coloro che hanno il cinismo di attivare speculazioni su quella tabula rasa, sull’azzeramento degli equilibri sociali che produce il sisma, programmando un futuro di convivenza asimmetrico a loro favore o a favore perenne dei loro scopi e dei loro profitti.

Il terremoto è una grande occasione, così come teorizza Milton Friedman (Il padre del neo liberismo predatore) per rimuovere diritti e impiantare, o rafforzare, in modo imperituro privilegi.

Purtroppo, se l’azione predatoria viene praticata su un singolo soggetto (il furto di un bene, la sottrazione di una risorsa da parte di un uomo ad un altro uomo) questa è riconosciuta come un reato o come un atto immorale, viceversa se la predazione viene praticata su un popolo, specie se inerme quando colpito da una immane tragedia, in modo cinicamente programmato, ecco che diventa una scelta di emergenza, una fatale aporistica risoluzione della catastrofe: “non cera altra soluzione”, ovviamente senza prova del contrario (vedi la ricostruzione di Gibellina, del Belice, dell’Irpinia, di città del Messico e in ultimo l’Aquila). Nel caso di Messina la predazione dei suoli divenne addirittura un paradigma urbanistico.

A Messina molte attuali gravi asimmetrie di trattamento sociale, come l’ormai secolare mancato riconoscimento del diritto alla casa, trovano la loro radice, la loro causa prima, nelle scelte urbanistiche operate per la ricostruzione della città post 1908.

La città ricostruita venne concepita come un enorme magazzino commerciale, la cui economia fu basata sulle rendite urbane e sul terziario. Ciò è spiegato senza remore o infingimenti da Luigi Borzì il quale nell'incipit della relazione che spiega le strategie del suo Piano di Ricostruzione precisa che l’obiettivo strategico è quello di fare di Messina: “……un centro destinato ad esercitare una cospicua importanza  come  emporio commerciale.”

È di tutta evidenza che concepire una città come un “Emporio Commerciale”, in quel momento storico (siamo all’inizio del ‘900, quando si secolarizzavano tutti i modelli della città moderna da quelli degli utopisti Owen, Fourier e Cabet a quelli di Wagner e Cerdà, da quello di Howard a quello di Sitte), fu un macroscopico ossimoro figlio di una categoria di pensiero totalmente insensibile alla secolare tradizione di Messina porto nevralgico del Mediterraneo. Quell’obiettivo urbanistico sottintende una forma mentis caratterizzata da un’enorme arretratezza culturale, la sola che avrebbe potuto dichiarare platealmente un intento così nocivo.

Borzì invoca la modernità per somministrare ai messinesi superstiti la scelta urbanistica più anacronistica e cinica della storia dell’urbanistica moderna. Dichiara in modo spietatamente prosaico, di voler rinunziare ai “pregi storici” della città (come la Palazzata, le chiese di Guarino Guarini, le opere di Jacopo del De Duca, le piazze e i secolari simboli urbani. Tutti elementi d’identità e di memoria millenaria, indispensabili per evocare e consolare le perdite) a favore di “quelle comodità ormai indispensabili”. “Comodità indispensabili” che retrospettivamente si riveleranno essere privilegi per pochi, molto spesso non autoctoni.

Quasi cinquantamila messinesi sopravvissuti, grazie all’esito fatale di quelle scelte scellerate, furono costretti a vivere (moltissimi lo sono ancora oggi) “comodamente” nelle baracche o negli alloggi impropri che con fantasiosi eufemismi furono chiamati “Cottege”. Ritrovandosi per sempre in quei quartieri “ultra popolari”, (aggregati convulsi di “casette” carenti di qualsiasi requisito tecnico, igienico, civile e morale, concepiti e realizzati solo a Messina) localizzati lontano dal perimetro urbano negli anfratti più reconditi del territorio comunale (compluvi, fiumare, strette vallate, etc..), la cui strutturazione urbana e tipologica ha emarginato ancor più questi cittadini, scatenando quel degrado civile e sociale ormai tipico e cronico di quei contesti. Contesti che attendono ancora oggi una qualificazione civile e morale prima ancora di una riqualificazione urbana ed edilizia.

Chi operò le scelte di fondo fece risorgere Messina senza la rappresentazione fisica delle proprie radici e del suo passato. Fece rinascere una città senz’anima, senza identità e senza memoria: una citta con il morbo di Alzheimer.

Ad un malato d’ Alzheimer, se serve, gli si può far credere di essere Napoleone, facendone un fanatico blasonato. A chi non ha memoria è facile spacciare per dogma la bugia.

Il Piano Borzì fu un dispositivo che negò la casa ai sopravvissuti mettendolo sul libero mercato gli alloggi previsti dal Piano medesimo. Proprio in quel tragico momento cui i legittimi destinatari non erano nelle condizioni di affrontare la pur che minima competizione economica. Fu così che la città divenne una terra di rapina per personale esogeno.

Visto che l’obiettivo ritenuto essenziale e primario non erano le case ai sinistrati ma la realizzazione di un grande l’emporio commerciale.

Chi formulò il progetto della nuova città si pose come obiettivo quello di dare redditività  massima ai suoli urbani (un’area destinata ad attività commerciali vale molto di più di una destinata ad attività residenziale) e non quello di fornire alloggi confortevoli ai superstiti e di distribuire in maniera perequata quella ricchezza potenziale tipica dei processi di resilienza collettiva che si attivano in ogni rinascita sociale dopo un disastro, prevedendo e progettando attività produttive, portuali e artigianali e non semplici botteghe di vicinato su cui basare lo sviluppo economico della terza città della Sicilia.

Il diritto alla casa, ritenuto secondario, fu proiettato sul lungo periodo e non sull’immediato impellente bisogno, determinando quelle asimmetrie di trattamento che oggi dopo oltre un secolo costituiscono il più grave male sociale ed etico di cui la città soffre.

Quel mancato riconoscimento del diritto alla casa ha distorto la convivenza civile dei messinesi, trasformando i diritti in favori e i messinesi in un popolo di clienti.

Fu una sorta di elettroshock praticato ad una intera comunità. Infliggendo shock su shock.

I messinesi scioccati dalle perdite fisiche e sentimentali causate dal cataclisma si sono visti infliggere lo shock di una promiscuità perpetua, della sottrazione dei diritti civili, dei beni superstiti, della proprietà, dello jus edificandi, degli spazi della memoria. Sono stati sottoposti ad una sequenza sistematica di paure, da quella del disorientamento fisico a quella dei soldati sciacalli e delle deportazioni forzate praticate dal famigerato Generale Mazza.

Retrospettivamente possiamo affermare che il modus operandi adottato da coloro che gestirono e progettarono la ricostruzione della città fu una sorta di palingenesi di quella che oggi si chiama Shock Economy, quell’economia dei disastri teorizzata dalla spietata Scuola di Chicago.

Si parla di
Terremoto del 1908, quei trentotto secondi che ancor oggi non sono finiti
MessinaToday è in caricamento