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A cura di Domenico Barrilà

Addio a Enza Sofo, simbolo di una Messina dove le donne sono la nostra ultima possibilità di riscatto

La scomparsa dell'unica vicesindaco accende i riflettori sui mali di una città schiacciata da un maschile assunto senza concorso e raccomandato da altri maschi. Ma se non liberiamo il formidabile giacimento femminile, non avremo nulla da raccontare ai nipoti

Enza Sofo con Maria Flavia Timbro

“Unico vicesindaco donna”, si dice della professoressa Enza Sofo, mia coetanea, appena scomparsa, già questo sarebbe un ottimo tema per una riflessione che voglia ricordarla con rispetto. C’era stima, sebbene non consuetudine, le poche che ci siamo parlati non diceva “io”, pronome personale che le mamme messinesi insegnano ai loro figli maschi ancora prima di attaccarli al seno.

Unico vicesindaco donna, già, nemmeno sindaco, ma vice, e considerata la qualità dei sindaci che abbiamo visto passare negli ultimi decenni nella Citta dello Stretto, più che un complimento sembra un’offesa, non solo alla professoressa Enza Sofo ma a tutte le donne messinesi, oltre che un danno per gli stessi maschi.

E' morta Enza Sofo

Sogno una lista civica di sole donne, una giunta di sole donne, un sindaco donna, qualche nome ce l’avrei, perché gli uomini a Messina non funzionano, basterebbe guardare dove è collocata da troppo tempo la citta nella speciale graduatoria della qualità della vita promossa dal Sole 24 ore, non c’è mai stato un sindaco maschio con un vero progetto, una visione, una serie di idee con un capo e una coda, capaci di rovesciare l’agonia della città. Le donne meritano una possibilità, a Messina soprattutto, sono la nostra ultima possibilità.

Ricordo quando abitavo alla Caserma Zuccarello, loro erano tutto, erano l’ottimismo, l’energia, il coraggio, la forza, molte di loro avevano sposato uomini davvero improbabili, ma bisognava sposarsi. Era la repubblica delle donne, e funzionava sfidando il niente tutti i giorni, senza mai saltarne uno, arrivavano a sera vittoriose, lavando i loro figli con pochi litri d’acqua, ma guai a tentare di farla franca, “Picchì, comu bi vidunu bi scriunu”, dunque bisognava lavarsi e, sempre in forza dello stesso monito, cambiarsi le mutande.

A Minissale le cose non sono affatto cambiate, il motore erano sempre loro, brave a valorizzare anche una manciata di lire, ma proprio una manciata, quando c’erano, eppure la pasta in tavola non mancava mai, passavano giornate intere in balia delle troppe cose da fare e  dei tanti figli  da accudire, riuscendo pure nel miracolo di educarli, sebbene, soprattutto coi figli maschi sovente eccedessero, viziando e contribuendo così alla perpetuazione di una certa tipologia di uomo messinese, aduso a dichiarare più “centimetri” di quelli realmente custoditi nella apposite teche.  

Il poco che è rimasto a questa città lo dobbiamo a loro, ne sono certo, alla loro pazienza, alla loro fede nella famiglia, alla loro capacità di occupare e magnificare gli strapuntini lasciati da maschi, tra i quali ne ricordo pochi di memorabili, mentre di donne con quella qualità me ne vengono in mente a decine e decine.

Mi sorprendendo a pensare spesso cosa sarebbe stata questa città se fosse finita in mano alle donne migliori, mi dichiaro certo che l’avrebbero amata e curata meglio, lo dico nelle ore che seguono la perdita della professoressa Enza Sofo, che di quelle donne era una delle carte più belle.

L’unico modo per farle un regalo, adesso che non possiamo più ringraziarla personalmente, è rendere omaggio alle donne messinesi, schiacciate da un maschile assunto senza concorso e raccomandato da altri maschi.

Se non liberiamo questo formidabile giacimento femminile, immettendolo in circolo nelle vene e nelle arterie di Messina, non avremo nulla da raccontare ai nipoti, per la semplice ragione che non ci saranno più nipoti a cui raccontare qualcosa.

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