Riguardare con cura

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La scomparsa di Viviana e Gioele, dai suoi scritti tante risposte su un dolore annidato nel quotidiano

Il mistero della mamma e del figlioletto spariti nel nulla visti dallo psicoterapeuta Domenico Barrilà: “Solo chi gli vive accanto conosce le ragioni vere della fuga. In questa storia è chiaro però che c’è molta sofferenza invisibile, sigillata in vite che scorrono nella difficile ricerca di senso”

Non saprei dove in questo momento sia Viviana Parisi, leggo i giornali come tutti e come molti mi pongo delle domande, alle quali, ovviamente, non trovo risposte.

Il mio lavoro, dopo circa 40 anni, mi consegna la certezza che nulla è come sembra, che accanto a noi scorrono fiumi di sofferenza silenziosa, nascosta con maestria dai suoi titolari, non percepita da chi sta loro vicino oppure percepita e rimossa, nella speranza che tutto passi spontaneamente. Stress esistenziali, così complicati da raccontare che spesso chi è ne affetto vi rinuncia. Mi dice, sempre il mio lavoro, che siamo tutti attaccati a un precario equilibrio, che basta un piccolo trauma perché si frantumi.

Mi si chiede un parere ma non credo di averlo, o di averne solo uno, neppure riesco a metterlo insieme dopo avere letto dei piccoli testi che provengono dal profilo Fb di Viviana, semmai vi sono alcuni passaggi che mi rendono pensoso, così come alcuni video, sempre tratti dallo stesso profilo. Ma è troppo poco anche questo, inoltre quando leggi una storia qualsiasi alla luce di un evento particolare, il pericolo della retroazione diventa molto presente e può venirne fuori una sorta di razionalizzazione a posteriori.

Ipotesi fuga volontaria, ma i sommozzatori la cercano nei laghetti

Eppure, se chiudo gli occhi, ripenso a quelle parole e a quelle immagini, intuisco complessità, solitudine interiore, senso di malinconia, attaccamento, forse eccessivo, al proprio bambino, allattato, mi sembra di capire, fino a tardi, per rinviare quello che proprio Viviana chiama “primo distacco”.  Forse delusione per la propria vita, in generale, una vita in cui Gioele piomba come un meteorite luminoso e salvifico.

L’incidente stradale in sé sembra banale, eppure qualcosa deve essersi mosso proprio a partire da quello, aggiungendo forse paure improvvise, irrazionali, forse proprio legate al bambino. Il comportamento di Viviana è significativo, abbandona il luogo dell’incidente, rifiutando le responsabilità adulte richieste dalla circostanza, per concentrarsi sul bambino, con il quale, come un coetaneo piccolo compagno di fuga, si dilegua, si mette al riparo lasciando che siano i “grandi” a sbrigarsela. Una regressione ogni tanto ci è concessa. Forse la fuga è cogitata da tempo, unico bagaglio il bambino. Se questo fosse vero, saremmo di fronte a una questione privata e tutti rinunciare all’ansia di sapere.

Viviana, che come tutte le mamme, conosce la fatica di mettere al mondo un figlio, proteggerlo da pericoli che le mamme spesso vedono moltiplicati, in quell’incidente vede minacciata la sua creatura, una minaccia esasperata dallo stato d’animo, da condizioni familiari e personali, tuttavia non si trovava per caso dove si trovava. Difficile poi giustificare di essere a 100 chilometri da casa, sarebbe forse scoppiato un pandemonio. Qui si impasta qualcosa.

Quello stress segue altri stress, che solo le persone vicine a lei possono conoscere, ma le turbolenze connesse si sentono anche da lontano. Quelle parole, oltre a parlare di una ragazza particolarmente profonda e sensibile, fanno venire in mente discorsi sul “senso”, in una bella persona chiamata all’appello della femminilità (prima era una “tamarra”, dice lei) e poi delle responsabilità a quella connesse, la più sublime, soprattutto, la maternità, forse con identificazione potente con la sua creatura. Forse sentimenti di inadeguatezza diffusi, soprattutto verso quei compiti ma non solo, angosce malcelate o forse non espresse per timore di apparire fragile. Chi può saperlo.

Sono tra quelli che aspettano buonissime notizie, sperano che la mamma non abbia paura di consegnare il suo bambino al mondo. A volte le mamme, per amore, temono che fuori dal loro ombrello protettivo il bambino non trovi il bandolo e cadono in angosce eccessive.

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Non sarà così, cara Viviana. Fidati.  

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Siamo abbagliati dalle mongolfiere e ci perdiamo la meraviglia di un insetto che cerca di tirare sera, la tenacia di un filo d’erba, gli affanni e i sorrisi dei nostri simili. Guardare con maggiore attenzione è una necessità, perché solo occhi più attenti e compassionevoli possono rendere più umano il nostro tempo

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