Giovedì, 28 Ottobre 2021

Matteo Bottari, un omicidio delle coscienze

Ventidue anni senza risposte o oggi anche senza memoria. Una pagina nera del passato di Messina che forse è ancora oggi d'attualità

C’è stato un tempo nel quale un sito internet di Messina aveva attaccato un contatore dei giorni trascorsi inutilmente da quando, la sera  del 15 gennaio 1998, poco dopo le 21, era stato barbaramente giustiziato l’endoscopista Matteo Bottari. Era una sorta di tassametro, il costo per misurare non solo il tempo trascorso, ma anche le denegata giustizia a fare luce sull’esecuzione-simbolo che aveva poi determinato l’apertura del “Caso Messina”.

Una sequela di audizioni svolte dall’Antimafia nazionale allora guidata da Ottaviano del Turco avevano svelato imbarazzati intrecci di affari tra Università di Messina e Palazzo di Giustizia, istituzione che anziché il tassametro era solito misurare i reati con la clessidra, strumento del quale, rotto il vetro, era rimasta solo la sabbia. Una situazione così allarmante dal punto di vista sociale, accademico e giudiziario che aveva portato il vicepresidente dell’Antimafia a coniare il neologismo: “Verminaio”. L’Università di Messina, dopo che a Matteo Bottari è stata dedicata una targa, non  al reparto di endoscopia, ma alla Casa dello Studente di Via Cesare Battisti, quasi un monito alle nuove generazioni, ora sembra abbia rimosso la data. Dimenticato tutto.

Se a Palermo una agenzia turistica aveva meditato di stilare il calendario turistico delle commemorazioni che aprono l’anno, con la cerimonia dell’agguato in Viale Libertà a Palermo di Piersanti Mattarella, avvenuta quaranta anni fa, il sei gennaio 1980, a Messina sull’omicidio-simbolo che ha squarciato le coscienze, dopo ventidue anni non c’è più traccia. Il sito internet che contava i giorni, ha staccato il contatore. Le indagini sono, come si suole dire, entrate sul binario morto che precede l’oblio, il capolinea della memoria. Non un solo giornale, non un sito internet, non una cerimonia hanno ricordato la barbara uccisione rimasta senza colpevoli del genero dell’allora rettore di Messina, Guglielmo Stagno d’Alcontres.

Meglio rimuovere, non ricordare, non riaprire ferite aperte nella coscienza collettiva. Il Prefetto di Messina, Maria Carmela Librizzi, l’otto gennaio scorso, è andata a Barcellona a commemorare la morte del giornalista Beppe Alfano, avvenuta ventisette anni fa, ucciso sotto casa con una Beretta calibro 22, un omicidio sul quale la magistratura non è riuscita a fare piena luce: la Corte di Appello di Reggio Calabria ha accolto un ricorso dell’avvocato Autru Ryolo, difensore di quello che è ritenuto il mandante Giuseppe Gullotti, che riapre il caso. Nel caso di Matteo Bottari, a firmare l’omicidio, è una scarica di pallettoni ramati con un’arma micidiale, un fucile a canne mozze utilizzato per sparare ai cinghiali. Sia nel caso di Alfano; che in quello di Bottari, omicidi con moventi completamente diversi, è stata fatta luce sul sottobosco, il contesto nel quale i fatti sono maturati. Ma se esiste una classifica della memoria, la stessa che Don Luigi Ciotti richiama nei suoi tour antimafia quando ricorda la classifica delle morti eccellenti, Matteo Bottari da questo elenco risulta essere stato ora del tutto depennato. Come mai? Non hanno rimosso questa morte dal calendario delle commemorazioni solo i giornali, più o meno virtuali, che intervengono solo quando i cronisti vanno in drappello dietro le cerimonie, ma l’hanno rimossa tutti i campioni dell’Accademia peloritana che si sbracciano a invocare tortuosi percorsi di parolaia legalità. Sì, perché basterebbe rileggere le carte di quella imbarazzante inchiesta, per notare un collante tra media e Accademia; versioni di comodo da offrire agli investigatori; inchieste insabbiate; carriere pilotate, non solo all’Università ma anche nei concorsi in magistratura, e porte spalancate, anche nel consiglio di amministrazione dell’Università di Messina, a nomi pesanti come i parenti di Tiradritto, temuto boss dell’Ndrangheta calabrese. Passato che ora torna di cronaca.

C’è quindi più di una ragione perché nessuno ricordi Matteo Bottari. Si riapre una pagina nera del passato di Messina che forse è ancora oggi è attualità, la stessa della quale i magistrati e i docenti universitari e i promotori della cosiddetta società civile si dovrebbero occupare, prima ancora che i giornalisti. Gli stessi che hanno assistito ai tentativi di depistaggio sulle indagini e che oggi, a ben guardare, se leggessero gli ammonimenti della relazione antimafia votata in Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dello Stato Italiano, vedrebbero che i punti sono stati disattesi. L’Antimafia alla società messinese, nella sua prognosi finale, gli anticorpi. Oggi basta scorrere alcuni nomi all’Università e al Tribunale, per vedere che gli ammonimenti sono caduti nel vuoto. Ma dietro le apparenze, gli annunci di inchieste con centinaia di arrestati e soli dieci milioni di euro di giro di affari, ancora si aspettano a Messina pochi e mirati arresti e sequestri, con centinaia di milioni di euro di giro di affari. Un attesa forse vana, se è vero che la clessidra si è rotta e i granellini di sabbia hanno inceppato il sistema delle garanzie e il controllo incrociato tra i poteri dello Stato.

Articolo aggiornato il 17 gennaio 2020 alle 14.50 // precisazione università

In riferimento all’articolo pubblicato su Messinatoday in data 17 gennaio dal titolo “Matteo Bottari, un omicidio delle coscienze” si fa presente che lo scorso 27 maggio, nel corso di una Cerimonia solenne, l’Università di Messina ha intitolato il Palacongressi dell’AOU” G. Martino” al prof. Matteo Bottari.

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