Coronavirus e scuole, dalla mascherina al tampone: tutti i rebus del rientro a settembre

A poche settimane dall'inizio dell’anno scolastico restano troppi nodi. L'aspetto più controverso: la quarantena per tutti in caso di contagio che rischia di far riaprire gli istituti e chiuderli subito dopo. Con un effetto domino non calcolato

CesareNatoli-2Un fatto è certo: non ci sono certezze. A poche settimane dalla fatidica data del 14 settembre, indicata dal Miur come inizio dell’anno scolastico, per  gli operatori della scuola, gli studenti, le famiglie c’è poco da stare allegri. A fronte di dichiarazioni di facciata che ribadiscono la ferma volontà, da parte del Ministro e dei suoi collaboratori, di tornare in classe, persistono elementi che vanno in una decisione decisamente contraria. Non mi riferisco solo alle dichiarazioni più o meno quotidiane di figure estranee al Miur ma purtroppo molto note da alcuni mesi agli italiani, ossia i vari Dottor Purgone dell’epidemia, che affermano come la riapertura della scuole non sia scontata, che la eventuale loro repentina chiusura sarà presto dietro l’angolo, che i contagi stanno salendo, che l’indice Rt, e così via. In tal senso, l’impressione è che non si tratti di affermazioni di lupi solitari bensì del frutto di una strategia bene o male concertata. Ossia, “noi vogliamo riaprire ma gli esperti ci dicono che è meglio di no”; con buona pace delle decine e decine di evidenze scientifiche quasi tutte concordi nel sottolineare come la diffusione e la pericolosità del virus tra la popolazione studentesca e la contagiosità di questa verso gli adulti siano estremamente basse (meglio continuare ad affermare, come ho sentito recentemente da un medico, ospite insieme a me in una trasmissione televisiva, che i bimbi tornano a casa e, contagiandoli, “uccidono il nonnino e lo zio”).

Ma non mi riferisco tanto a questo, dicevo, quanto a quello che già è stato deciso e messo nero su bianco dal Miur e dal Comitato Tecnico Scientifico.

Al momento, quello che sappiamo è che la Scuola ‘dovrebbe’ riaprire in presenza con le seguenti modalità: infanzia, primaria e secondaria di primo grado tutta in presenza, secondaria di secondo grado modalità mista (in presenza e on line). Per le superiori, in particolare, il ricorso alla DAD è previsto non solo nel caso in cui non sia possibile far rispettare le misure di sicurezza sul distanziamento fisico previste dal CTS; essa viene fortemente caldeggiata come misura complementare alla didattica in presenza. Recita infatti così un passaggio del Piano Scuola 2020/2021: “[è consigliabile avvalersi] di una fruizione per gli studenti, opportunamente pianificata, di attività didattica in presenza e, in via complementare, didattica digitale integrata, ove le condizioni di contesto la rendano opzione preferibile ovvero le opportunità tecnologiche, l’età e le competenze degli studenti lo consentano”. Non solo. Il Miur ha approntato anche le “Linee guida per la didattica digitale integrata”, un documento di 10 pagine in cui la DAD viene addirittura lodata come modalità che capovolge finalmente (sic) la stantia lezione in presenza. Non ci credete? Ecco il testo: “La lezione in videoconferenza agevola il ricorso a metodologie didattiche più centrate sul protagonismo degli alunni, consente la costruzione di percorsi interdisciplinari nonché di capovolgere la struttura della lezione, da momento di semplice trasmissione dei contenuti ad agorà di confronto, di rielaborazione condivisa e di costruzione collettiva della conoscenza”. Avete letto bene: la didattica on line trasforma la sterile lezione in presenza – che sarebbe semplice trasmissione di contenuti – in un momento nel quale l’alunno diventa protagonista in un’agorà di confronto…

Ulteriori commenti penso siano superflui. La DAD, quindi, ci sarà nelle scuole superiori, pur se in via complementare e non esclusiva –  anche in situazioni di ‘normalità’ (presumibilmente per non uscirne più); in caso di nuovo lockdown, però, essa sarà estesa a tutti gli ordini, scuola dell’infanzia compresa.

Quest’ultima, invece, è l’unico settore in cui non è previsto l’uso delle mascherine per i piccoli. Da sei anni in poi gli studenti dovranno indossarla. Anche se su questo e su altri aspetti, il CTS si pronuncerà definitivamente il 29 agosto, in base all’andamento della curva dei contagi. O meglio, doveva pronunciarsi il 29. E qua si apre l’ennesima vicenda surreale. Mentre, infatti, pochi giorni fa il ministro Azzolina ha dichiarato che comunque al banco la mascherina gli alunni non avrebbero dovuto indossarla, lo stesso comitato tecnico scientifico ha rettificato il proprio iniziale pronunciamento: a prescindere dalla decisione che doveva essere presa il 29, infatti, nel caso in cui la struttura edilizia e gli arredi della scuola non consentissero il famoso distanziamento di un metro tra le rime buccali (considerato imprescindibile sino a dieci giorni fa…), si potrà ugualmente fare lezione in presenza, purché indossando la mascherina, appunto, e, in ogni caso, solo per i primi mesi di scuola (cioè fino a quando arriveranno i nuovi banchi e l’edilizia si sarà adeguata, magari grazie anche al contributo degli enti locali). Quindi okay, è finita? Per niente. Ieri il coordinatore del CTS, Agostino Miozzo, poco prima della riunione presso il ministero, ha affermato che la mascherina gli alunni da sei anni in poi dovranno indossarla sempre, tranne durante l’interrogazione, l’ora di educazione motoria e durante la mensa (sul poterla togliere mentre si mangia spero ci sia stata unanimità nel comitato…).

Scuola in presenza, le proposte per ripartire a settembre

Un ultimo aspetto getta però una luce ancora più sinistra sugli scenari che ci attendono da settembre in poi. Nella stessa riunione sono stati ufficializzati i protocolli sanitari che devono scattare nel caso in cui uno studente manifesti sintomi influenzali o riconducibili, in via presunta, alla Sars-Cov-2. Se essi rimarranno tali, ad opinione di chi scrive, la riapertura sarà impossibile, o comunque breve e temporanea. Ovviamente spero di essere smentito. Perchè? Direte voi. Semplice.  I protocolli prevedono che in tale circostanza, ossia un alunno che abbia tosse, raffreddore o febbre, questi debba essere messo in una stanza in isolamento con la mascherina e in compagnia di un adulto ben distanziato. Quindi verrà avvertita la famiglia e il ragazzo dovrà rientrare quanto prima a casa (escluso il ricorso prioritario a strutture sanitarie, 115, o Asl senza passare dalle famiglie, che era trapelato – mai ufficializzato –  a giugno ma che un documento ufficiale di un istituto comprensivo di Lumezzane aveva espressamente previsto il 6 agosto, salvo smentirlo  giorno 12 dopo valanghe di proteste). Fino a qua, ci siamo (anche se in piena stagione invernale ci sarà bisogno di una palestra più che di una stanza-covid per isolare chi ha sintomi parainfluenzali o influenzali). Ma il bello, anzi il brutto, viene dopo. Un referente scolastico per la Sars-Cov-2, appositamente nominato dal dirigente, avvertirà la Asl del caso sospetto e l’alunno dovrà fare il tampone. Se l’esito è positivo l’intera classe frequentata dall’alunno verrà messa in quarantena per 14 giorni (e passerebbe alla didattica on line), compresi anche i docenti di quella classe e tutti coloro che sono entrati in contatto con l’alunno nelle ultime 48 ore. Ora, dico: come è possibile considerare percorribile una strada del genere? Si ha idea dell’effetto domino che ne deriverebbe, in termini scolastici e anche sociali? Non credo. O perlomeno, non credo ce l’abbiano coloro che hanno adottato questo tipo di soluzione. A meno che, a voler pensar male, non si tratti una misura che intenda portare, consapevolmente, verso la manifesta impossibilità di svolgere lezione in presenza. Lo vedremo presto.

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Nel frattempo arrivano segnali inquietanti dal mondo dei genitori. Non sono pochi, infatti, quelli che stanno pensando a disiscrivere i propri figli dalle scuole, specie nella primaria. Alcuni pensano addirittura ad un anno sabbatico, altri si stanno orientando verso l’istruzione parentale e la cosiddetta home schooling (scuola a casa con insegnanti privati). Sono misure che ovviamente, da docente, non mi sento affatto di incoraggiare (la Scuola ha tra i suoi principali obiettivi anche lo sviluppo di una sana socializzazione e il rapporto tra pari – che verrebbero compromessi – per non parlare delle diseguaglianze sociali che si manifesterebbero tra chi può permettersi tale approccio e chi no). Tuttavia, mettendomi dalla parte dei genitori, confesso che comincio a comprenderne sempre meglio le motivazioni

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