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Giustizia lenta e senza un minimo di Carità, la condanna al risarcimento che rischia di essere "congelato"

Si riapre la partita nonostante le sentenze penali e civili per la tragedia che ha spazzato via una famiglia nell'alluvione del 1998 all'Annunziata. L'1 febbraio udienza senza nemmeno la possibilità di guardare negli occhi il giudice

Se non è la causa più lunga d’Italia poco ci manca. Mentre cresce la tensione fra politici e magistrati in vista delle riforme, a Messina c’è una storia piccola piccola che racconta meglio di mille dibattiti le ragioni che hanno minato nelle fondamenta la fiducia nel sistema giustizia.

Ve la (ri)proponiamo alla vigilia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, per strapparla al piagnisteo di  numeri che verranno snocciolati per fotografare la mole di processi protratti oltre “la ragionevole durata”.

La storia comincia il 27 settembre 1998. Una famiglia come tante stava facendo ritorno a casa. Nino Carità, la moglie Maria e la figlia Angela erano in auto quando un violento nubifragio ha spazzato via le loro vite. I due giovanissimi figli, Giovanni e Jenny li cercano tutta la notte. Angela la ritrovano in auto, a metà del viale Annunziata, i corpi di Maria e Nino trascinati dalla furia dell’acqua e dal fango finirono in mare. In quella tragedia morì anche Simone Fernando, un ragazzo cingalese.

Una sciagura che ha segnato per sempre la vita di Giovanni e Jenny e con la quale devono fare ancora i conti. Ventisei anni dopo non sono stati ancora risarciti. 

Nel 2012 la sentenza della Suprema Corte di Cassazione che condanna in sede penale responsabili del Genio Civile e tecnici comunali dell’epoca. 

Ci vorranno altri dieci anni affinché il Tribunale riconosca anche il risarcimento del danno in favore dei fratelli Carità.

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E’ il 22 dicembre del 2022. Sembra la fine di un calvario. Ma non è così. 

Comune di Messina e assessorato manifestano la volontà di raggiungere un accordo senza impugnare la sentenza ed i fratelli Carità si dicono disponibili a rinunciare anche in parte a interessi e rivalutazione maturati dalla data del tragico evento ma Rosario Navarra Tramontana (allora ingegnere capo del Genio civile) condannato per i reati di omissione di atti d’ufficio, disastro da esondazione e omicidio colposo plurimo e responsabile civile non ci sta. Propone appello.

L’udienza è fissata al 28 settembre dalla Corte d’Appello con trattazione scritta del procedimento. Ereditata con le restrizioni del Covid e poi istituzionalizzata con la cosiddetta riforma Cartabia, la trattazione scritta è una possibilità offerta ai dirigenti degli uffici giudiziari che per i puristi del diritto deve rimanere un’eccezione, limitata ai casi in cui sia prevedibile un’attività “standardizzata”. Serve ad evitare rinvii di udienze e ritardi che nel caso della famiglia Carità suona quasi come una beffa.

Infatti passano altri mesi. La Corte ancora non decide sulla richiesta di sospensiva “della efficacia esecutiva della sentenza” avanzata da Navarra Tramontana e dall’assessorato. A questo punto i Carità – con istanza del 3 novembre -  chiedono la “discussione orale” al posto della “trattazione scritta”.

La Corte d’Appello rigetta l’istanza di discussione orale, sospende l’efficacia esecutiva della sentenza con riferimento solo all’assessorato e rinvia per la decisione al 13 giugno 2024. 

Ma c’è di più: la Corte dichiara nella sua ordinanza di dover decidere anche se la giurisdizione appartiene al tribunale superiore delle acque pubbliche riportando indietro le lancette a quanto sostenuto in tutte le fasi del giudizio penale e civile dagli imputati. Eccezione sempre respinta in quanto sul diritto a risarcimento del danno derivante da fatto illecito e da reato di omissione di atti d’ufficio, inondazione colposa e omicidio plurimo la giurisdizione è del giudice ordinario.

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Nel frattempo Navarra Tramontana chiede di sospendere l’efficacia esecutiva della sentenza anche nei suoi confronti, così come avvenuto per l’assessorato. Detta in soldoni non vuole pagare neanche lui. La Corte accoglie l’istanza e fissa l’udienza all’1 febbraio sempre con trattazione scritta.

Ora, logorato da tanta sottigliezza, il lettore, anche quello più paziente, avrà probabilmente già perso il filo del discorso. Di sicuro ha perso gran parte di fiducia nel sistema giudiziario come rischiano di fare anche i fratelli Carità che però non perdono la pazienza  e la speranza.

Si oppongono di nuovo alla trattazione scritta e chiedono di nuovo la discussione orale. Chiedono insomma che l’udienza del 1 febbraio sia pubblica, che rispecchi e rispetti davvero la parola udienza nel suo significato originario: dal latino audire, ascoltare. Ma anche in questo caso la Corte risponde picche assicurando che trattazione scritta non comporta in alcun modo un pregiudizio al diritto di difesa delle parti.

Eppure è una modalità sulla quale il dibattito è aperto, non solo in città naturalmente e potrebbe trovare spazio nelle riflessioni per l’imminente inaugurazione dell’anno giudiziario a Messina. Anche perché molti giuristi hanno contestato questa scelta del legislatore. C’è, insomma, il rischio di strumentalizzare la riforma Cartabia, così come fanno certe procure per limitare il diritto di cronaca. Alla trattazione scritta molti avvocati si oppongono ricordando quanto scriveva nel 1775 Gabriel Honore Mirabeau: “Datemi il giudice che volete, parziale, corrotto, anche mio nemico, purché non possa procedere ad alcun atto fuori che dinanzi al pubblico”.

Ecco qui che dopo 26 anni, senza vedere scritta la parola fine al processo per la morte dei propri congiunti, dopo aver subito una ingiusta pena processuale per la durata inimmaginabile del processo, i fratelli Carità hanno forse diritto ad un udienza pubblica, a guardare negli occhi quei giudici che stanno valutando se continuare a ritardare il soddisfacimento dei loro diritti risarcitori sospendendo l’efficacia esecutiva della sentenza e rinviando il processo ad un tribunale speciale, senza un minimo di… Carità.

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