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Lunedì, 20 Maggio 2024
#UNMINUTODILIBRI

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A cura di Eliana Camaioni

Cacopardo racconta Peter, uomo di legge che diventa criminale: "E' la banalità del male e la sua forza di attrazione"

Il nuovo romanzo dello scrittore e magistrato siciliano ambientato nella Messina archiviata nei suoi ricordi d'infanzia. "Non ci vuole coraggio per raccontare la corruzione. Nei giovani e nella loro forza di cambiamento dobbiamo credere"

Come può un onesto uomo di legge siciliano ascendere ai vertici del potere, diventando un boss ricco e potente? Ma cosa ancora più grave, come può conquistare il lettore al punto di parteggiare per lui? Ce lo racconta Domenico Cacopardo, nel suo Pater (Ianieri), attraverso la storia di Cataldo Giammoro, nato a Monturi Marina il 22 settembre 1923, da un padre imprenditore agricolo onesto e impeccabile, che in pochi anni raggiunge i vertici del potere, anche a costo di più di un compromesso. In una Sicilia agricolo pastorale che non c'è più, in una Messina che Cacopardo rivive e fa rivivere attraverso i ricordi della sua infanzia.

Dopo anni a servizio della legge e dello Stato, dopo un’acclamata serie di noir e  gialli tesi a smascherare i colpevoli, ecco che Domenico Cacopardo passa dalla parte dei cattivi, regalando al lettore una prospettiva ribaltata che finisce per essere non solo nuova ma terribilmente affascinante. Come mai questa scelta?

Pater-2"Non credo proprio di essere passato dalla parte dei cattivi: ho solo raccontato la banalità del male e la sua forza d’attrazione. Un fatto circostanziale, rispetto al quale non c’è redimibilità. C’è una condizione di biblica soggezione che, probabilmente, svanirà con l’andare avanti della storia mercé quelle giovani generazioni che, pur contagiate dal virus, se ne libereranno. Nei giovani e nella loro forza di cambiamento dobbiamo credere".

Così come in “Io, Agrò e il Generale”, assumere un punto di vista scomodo, legittimandolo nella narrazione, è il modo migliore per prenderne le distanze, lasciando che frasi, pensieri e comportamenti sessisti o criminali parlino da sé. Quanto è stato difficile spersonalizzarsi e calarsi nell’animo del criminale? E come si è sentito nel vivere, letterariamente, in quei panni?

"La ringrazio di avere citato “Io, Agrò e il generale” per lo sforzo che ha per me rappresentato: entrare in una psicologia malata e sostanzialmente paranoica per mettere in rilievo, in una storia, i vizi paradossali con i quali ci troviamo a convivere, ricorrendo all’unico rimedio di ignorarli. In qualche misura, scrivendo storie (e non articoli di giornali in cui la mia capacità loica suscita ritorsioni: pensi al fatto che sul marciapiede del comune di Letojanni in reazione a due miei articoli su Repubblica, furono allegramente bruciati i miei libri: una barbarie prima che una stupidità) cerco di comportarmi come l’entomologo alle prese con i suoi insetti. Quindi, un’osservazione da vicino che ne mette in rilievo comportamenti virtuosi, quando ci sono, e viziosi. E il maschilismo, in quest’osservazione emerge come il vizio capitale della società nazionale".

Le dinamiche di corruzione, compravendite illecite, fino a quelle mafiose, nel corso della sua carriera deve averle viste da vicino. E mi sembra un atto di coraggio farle diventare narrativa, proprio perché – seppur quelle narrate non siano vicende reali – costituiscono un esplicito atto di denuncia. È così?

"Non ci vuole coraggio per raccontare la corruzione. Non ci vuole viltà, soprattutto da noi. E non è un gioco di parole: come diceva Giovanni Falcone ad avere paura della morte si muore in ogni istante. Il non avere paura comporta che si muore una volta sola".

VIDEO | "Le mostrai da vicino il mio mare e le correnti dello Stretto", da Pater il racconto di una Messina che non c'è più

La Sicilia che lei racconta si addolcisce dei sapori di una tavola e dei profumi di un mondo che sta scomparendo. Fissare tutto questo sulla carta è un dono, prezioso, alle generazioni attuali e future. E un atto di amore per la terra che, nonostante la sua lontananza, sembra appartenerle ancora.

"La Sicilia è la mia terra e Messina è la mia città, la Gerusalemme vagheggiata nella diaspora. E mi manca in modo particolare in questa stagione della vita nella quale incontro difficoltà nel viaggiare. Da quando ci tornavo a 13 anni (ed era l’unico luogo in cui non venino preso in giro per il mio cognome che al Nord suonava ridicolo e incomprensibile) e nell’estate messinese andavo con zii e cugini in Fiera, una manifestazione che fu la più importante a Sud di Roma, ben più importante di quelle di Bari e di Napoli. E da quando, a Maregrosso ancora utilizzabile, incontrai il primo amore da fanciullo in fiore. Insomma, il luogo da cui mi sento di provenire e al quale tornerò, alla fine".

La Messina di un tempo, quella dei magazzini Rotino e della DC di Gullotti, ce la racconta meglio?

"È difficile riprodurre le atmosfere di quegli anni ’50 e ’60. Tanti i luoghi di allora. Il più fascinoso l’Irrera al mare dove i “grandi” cenavano e ballavano alla musica di una delle orchestre in voga. O mentre, a mare, proprio di fronte si disputavano fantastiche partite di pallanuoto. E poi, Rotino, Siracusano (le stoffe), le librerie D’Anna e Principato, la pasticceria Marano e il bar Finocchiaro di via Tommaso Cannizzaro. I cinema, il Trinacria, il Peloro … Un mondo archiviato, ma che nella mia memoria rivive spesso, come un rifugio personale e segreto".

A fronte di un figlio criminale, un personaggio esemplare è invece don Guglielmo Giammoro, padre del protagonista: “un uomo che odiava le parole, le minchiate normali e a colori e preferiva i fatti e le persone giuste”. Se manzoniano è l’espediente letterario del ritrovamento del manoscritto, manzoniano mi sembra anche questo “cantuccio dell’autore”, e sono parole in cui mi sembra di ritrovare una forte somiglianza interiore fra quell’uomo e il Cacopardo persona reale, somigliano quasi a un sintetico autoritratto. Mi sbaglio?

"Uno sprazzo nell’educazione che Guglielmo Giammoro impartì al figlio Cataldo, ma nel quale c’è tutta l’ambiguità del contesto e della storia che ho raccontato. Le persone giuste quali sono? Sono le persone oneste? Non mi pare proprio. Sono quelle che corrispondono al canone spietato e criminale che pervade la mente e le azioni di Cataldo e Liborietta".

Quando e dove leggeremo nuovamente Domenico Cacopardo?

"Non so ancora con certezza. Pater, nelle mie intenzioni avrebbe dovuto essere l’ultimo romanzo. Avrei dedicato il mio tempo a riordinare i tanti racconti sparsi tra riviste e contributi. In realtà sto scrivendo -a dire il vero ho terminato, al lordo di tutte le revisioni che farò, come sempre, a un mio testo prima di mandarlo all’editore- una storia forse speciale. Una metastoria piuttosto lineare e semplice: la scomparsa di un agricoltore in quel di Sant’Alessio siculo e la sua ricerca innestata dalla figlia Caterina ed eseguita da Italo Agrò con l’aiuto della sua stagionata amante  Eleonora, detta Nora, e Puccio Ballarò. Vedremo. Per arrivare alla pubblicazione debbo continuare a vivere e a essere i sensi".

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