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La figlia si sposa, l'insolito messaggio di papà “Don Minico”

Il locale che ha fatto della sicilitudine uno stendardo, ha comunicato le nozze con una pioggia di confetti per gli avventori ai Colli Sanrizzo. Ecco come il dialetto diventa

Il posto, si chiama “Casa di cura”, ma non lo trovate negli annuari della sanità, bensì nelle guide Michelin e del Touring Club per le delizie culinarie. In primis il panino alla disgraziata e poi anche il cucunciagra che vanta proprietà afrodisiache (il nome non vi ricorda per caso il Viagra?). 

Ma il pregio più importante di questo storico ritrovo è quello di mantenere alto la sicilitudine in ogni angolo del locale.

Un locale che negli anni Settanta ha stappato il maggior numero di bottiglie di Birra Messina, quel marchio vessillo dello Stretto,  che proprio oggi racconta attraverso un sondaggio Doxa i siciliani e  la sicilitudine.

Neanche a farlo apposta, questo ritrovo - che di sicilitudine trasuda da quando ha aperto settant’anni fa -  ha dato un altro esempio di quanto la nostra lingua sia davvero meravigliosa.

Gli avventori del locale all’aperto, infatti, passando oggi dai Colli Sanrizzo non hanno potuto fare a meno di notare su un muretto all’ingresso, l’elegante tavolozza di legno con l’incisione: 

“Oggi 08-06-2019 Si marita mé figghia. Facitivi a bucca duci!”. Firmato Don Minico. 

Accanto, la ciotola con i tradizionali confetti bianchi. Confetti con la mandorla, attenzione, proprio come la tradizione vuole.

Ed è sempre per celebrare la tradizione che il titolare del ritrovo Paolo Mazza, nonché padre della sposa Ella, ha di recente battezzato il retro del locale con una serie di terrazze tematiche dai nomi intraducibili perchè danno il meglio di sé solo nella versione originale, il dialetto. Si chiamano: Tinchi thè (in grande quantità), Allancallaria (rilassarsi distendendo le gambe ma anche finire rovesciosamente a terra), Cuttugghiu (da cortile, parlare o meglio sparlare di situazione o persone), Chinnicchinacchi (nonsense), Frischi fraschi (farsi baciare da un venticello leggero e gradevole sotto gli alberi), Scialapopulu (divertimento a go-go ma anche nel senso di spendaccione), Santulubiranti (invocazione a Dio per ottenere protezione) e Mmuccalapuni (credulone). 

Un fenomeno di ritorno, quello del dialetto, ormai da qualche anno. Merito di personaggi straordinari come Camilleri, ma anche Fiorello, che ci hanno insegnato di nuovo a ridere dei nostri “vizi” linguistici, utilizzando un’antropologia minimalista che mostra  i bicipiti dell’orgoglio campanilistico. D’altra parte, diceva Cicerone, che qualunque cosa possa accadere ai Siciliani, essi lo commenteranno con una battuta di spirito. E quando la battuta è in dialetto viene meglio. 

Proprio come quella di un papà orgoglioso per la sua bella figlia che si sposa. Auguri Ella.

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