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Venerdì, 7 Ottobre 2022
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Pensioni: chi lascerà il lavoro in anticipo dal 1º gennaio 2023

Tutte le ipotesi. Con lo stop a Quota 102, potrebbe tornare la Fornero integrale, scenario che spaventa i sindacati che premono per Quota 41. Ma sembra più realistico il piano "in due tempi" di Tridico. Ape sociale e Opzione donna saranno confermate

Pensioni, la riforma arranca e i tempi non consentono di temporeggiare ancora troppo a lungo: il tavolo governo-sindacati avviato con l’obiettivo di giungere a una mini-riforma condivisa è fermo da oltre quattro mesi e dal 2023, con lo stop a Quota 102, potrebbe tornare la legge Fornero in versione integrale, ipotesi che spaventa i sindacati che premono per Quota 41, cioè l’uscita al raggiungimento del quarantunesimo anno di contribuzione (a prescindere dall’età anagrafica), o con 62-63 anni di età. Ma sembra più realistico il piano "in due tempi" di Tridico. 

Pensioni, chi ci andrà dal 31 dicembre

La pensione di vecchiaia (Legge Fornero) prevede il ritiro dal lavoro a 67 anni e un'anzianità contributiva minima di anni 20. Uno scalone difficilmente accettabile. Una soluzione sola si intravede, è il piano Tridico di cui si parla da un anno. Quota 41 per tutti, ovvero la pensione con 41 anni di contributi a qualsiasi età, non appare sostenibile per le casse dello Stato. Si torna così sempre all'idea della pensione "in due tempi", il piano Tridico.

Dal 2035 le pensioni saranno calcolate esclusivamente con il sistema contributivo: su quello non ci piove. E quel modello prevede forme di flessibilità di uscita a partire da 64 anni con venti di versamenti contributivi e 2,8 volte l’assegno sociale. Prima si può imboccare la strada di una lunga e complessa fase di pensionamenti misti, una parte della pensione calcolata con il metodo retributivo e l’altra con il contributivo. Secondo Pasquale Tridico, è sostenibile l'ipotesi seguente: possibilità per i lavoratori di andare in pensione da 63/64 anni di età prendendo fino al compimento dell’età per la pensione di vecchiaia, cioè 67 anni, solo il rateo della pensione calcolata con il contributivo. Compiuti i 67 anni si prenderebbe anche l’altra parte calcolata con il retributivo.

Per Tridico "è una proposta di flessibilità, sostenibile finanziariamente e che lascia invariati i pilastri fondamentali del sistema contributivo. In sostanza si riceverebbe l’intera pensione in due tempi. Mi pare sia questo l’alveo entro il quale si possono fare proposte di flessibilità". In tal modo non si non ci sarebbe flessibilità in uscita già a partire dai 62 anni (come vorrebbero i sindacati) e non ci sarebbe l'impatto sui conti pubblici di una misura come la Quota 41 che tanto piace alla Lega. La decisione spetta alla politica. La fragile maggioranza che sostiene il governo Draghi dovrà trovare un compromesso, per di più con una campagna elettorale nazionale all'orizzonte nella quale il tema pensioni sarà come sempre al centro. 

La sensazione è che, proclami a parte, il piano Tridico sia più sostenibile di Quota 41: avrebbe un costo di poco superiore ai 400 milioni il primo anno, e consentirebbe l’anticipo a 63-64 anni della sola quota contributiva per poi recuperare la fetta retributiva al raggiungimento della soglia di vecchiaia. Una prima parte delle pensioni sarebbe liquidata subito, al raggiungimento dei 63-64 anni, ma a valere solo sui versamenti effettuati nel sistema contributivo. Cioè quelli maturati dal 1996 in poi. E una seconda parte della pensione al raggiungimento dei 67 anni, a valere sulla restante parte dei contributi versati prima del 1996, cioè nel sistema di calcolo retributivo. Conti alla mano, il vantaggio della proposta di riforma pensioni di Tridico è che lo Stato risparmierebbe più del 70% rispetto a quanto si è visto con quota 100.

Si potrebbe poi prevedere un anno in meno per ogni figlio per madri lavoratrici, oppure un aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente e 1 anno in meno per ogni 10 anni di lavori usuranti/gravosi, oppure un aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente (semplificando la certificazione). Si potrebbe poi perfezionare nei dettagli un sistema di finestre di uscita per i lavoratori fragili, facilitazioni per i disoccupati anziani, in situazione di particolare vulnerabilità; e lavori gravosi, ad esempio edili addetti a lavorazioni acrobatiche e ponteggi (dove alta è l'incidenza degli infortuni). La prima volta Tridico illustrò il suo piano nella primavera 2021 in un intervento al seminario 'Pensioni, 30 anni di riforme'. Dopo un anno e mezzo, altre alternative credibili non si intravedono.

"Maggiore libertà di scelta ai cittadini"

"Le esperienze di flessibilizzazione nelle modalità di pensionamento introdotte con quota 100, quota 102 e Opzione Donna non sono state fruite in modo uniforme dai potenziali beneficiari. Rimane quindi la necessità di poter offrire maggiore libertà di scelta ai cittadini sul momento in cui vogliono andare in pensione" ha detto ieri Tridico, nella relazione annuale dell'istituto. "Con il venir meno di quota 102 dal 1 gennaio 2023 - ha proseguito - per la generalità dei lavoratori appartenenti al sistema ex-retributivo o misto la possibilità di uscita è di fatto limitata ai requisiti ordinari per la pensione di vecchiaia o anticipata. L'istituto ha stimato i costi di tre proposte alternative che hanno attraversato il dibattito politico, con valori differenti nel triennio 2023-25".

Tre opzioni sul tavolo

L’Inps, come ha ricordato lo stesso Tridico, ha stimato nel dettaglio i possibili costi di tre opzioni sul tavolo. La prima è quella che poggia sul ricalcolo contributivo della pensione nel caso di uscite con 64 anni di età e almeno 35 anni di versamenti e avendo maturato un trattamento pari ad almeno 2,2 volte l'assegno sociale, che costerebbe quasi 900 milioni il primo anno (5,9 miliardo nel triennio 2023-25) per arrivare a oltre 3,7 miliardi nel 2029. La seconda ipotesi è quella della penalizzazione del 3% della parte retributiva dell’assegno per ogni anno di anticipo prima della soglia di vecchiaia sempre con un pensionamento in formato “64+35”: la maggiore spesa sarebbe di un miliardo nel 2023 (6,7 miliardi nel primo triennio) con un picco di oltre 5 miliardi nel 2029. La terza opzione è rappresentata dalla proposta-Tridico, che prevede l’anticipo alla maturazione di 63 anni d’età e 20 di contribuzione della quota contributiva dell’assegno (recuperando quella retributiva al raggiungimento del requisito di vecchiaia) per un costo di circa 500 milioni il primo anno (meno di 4 miliardi nel triennio) e di 2,5 miliardi nel 2029. Quest'ultima è l'ipotesi che sembra avere maggiori possibilità di "fare strada" in vista della manovra.

"Le ipotesi analizzate dall'Istituto sono molto distanti dalla nostra piattaforma – fa sapere la Cgil -. Per noi non è accettabile un'uscita con 64 anni e 35 di contribuzione, con penalizzazioni o ricalcoli contributivi, né un anticipo della pensione solo per la quota contributiva, che rischia di colpire coloro che hanno retribuzioni basse o discontinuità lavorativa, in particolare le donne". 

Rinnovo Ape sociale e Opzione Donna

"Sulle pensioni è partita una fase di confronto con le parti sociali. A fine anno, con la scadenza di misure come 'Opzione donna' e 'Ape sociale', si renderà necessario procedere al loro rinnovo perché hanno ottenuto buoni risultati". Ma "dovremo anche ampliare e dare criteri di strutturalità alla platea dei lavori gravosi, per l'accesso a meccanismi di anticipo rispetto all`attuale quadro normativo". Lo ha detto ieri il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, in occasione della sua partecipazione alla presentazione del rapporto annuale dell'Inps. I primi punti fermi per il 2023 vengono fissati.

Il ministro del Lavoro ha anche sottolineato che nel cantiere aperto della riforma delle pensioni - i sindacati da tempo premono per una ripresa del tavolo fermo da oltre 4 mesi - "andrà affrontato il tema della riduzione dell’orario e della possibilità di un accompagnamento all’uscita dal mercato del lavoro che, senza anticipare l’età della quiescenza, possa operare sul versante della diminuzione delle ore come strumento di flessibilità e anche di ricambio generazionale".

Il tutto avviene in un quadro molto complesso e senza soluzioni miracolose. La struttura demografica della popolazione italiana mostra infatti come l'onda dei "baby boomers" stia arrivando alla pensione e come, per contro, la base contributiva si stia restringendo. Quand'anche le politiche di contrasto alla denatalità risultassero efficaci, i benefici di nuovi contribuenti che entrano nel mercato del lavoro si verificheranno solo tra 20-25 anni.

Draghi sa bene che a Bruxelles il tema previdenza è valutato con molta attenzione. Nonostante i risparmi di lungo termine garantiti dalla legge Fornero la spesa in pensioni italiana, se calcolata in percentuale sulla ricchezza prodotta, resta la più alta dell'Unione a Ventisette dopo la Grecia. Per mettere d'accordo tutti a Palazzo Chigi e al Tesoro hanno in mente il rafforzamento della flessibilità in uscita attorno a 63-64 anni, a patto che i costi vengano sostenuti da chi intende anticipare l'uscita dal lavoro. Un'ipotesi lontana dalle richieste dei sindacati e dalla maggioranza, in particolare Cinque Stelle e Lega, contrari a penalizzazioni. Il confronto è soltanto all'inizio e per le pensioni sarà un autunno caldo.

Fonte Today.it

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