Cronaca

Cacciata di casa e dal lavoro, Alessia cerca il riscatto a Messina: "Ho pagato perché trans, ma voglio vincere la mia battaglia"

La storia della 51enne che in riva allo Stretto ha trovato ospitalità dopo anni di sofferenze e umiliazioni. Le notti gelide passate in auto e le battute mortificanti durante i colloqui: "Sembri una maschera di carnevale". Il messaggio a chi vive una difficoltà simile: "Se vi sentite in un corpo sbagliato abbiate il coraggio di combattere"

"Prima di una donna, voglio sentirmi una persona come le altre". Alessia ha 51 anni e un sogno nel cassetto che a molti potrebbe apparire scontato, quasi banale. Ma per lei non lo è affatto, anzi vivere una vita normale diventa un vero e proprio traguardo che sembra irraggiungibile al solo pronunciare una parola o una battuta fuori posto che fa male come un pugno nello stomaco. Alessia è una persona trans, da un anno abita a Messina e porta con sé cicatrici e sofferenze dopo una vita di rifiuti, occasioni perse e porte chiuse in faccia. 

Abbiamo deciso di raccontare la sua storia proprio per cercare di aprirle quelle porte, almeno nella nostra città che Alessia sente già sua pur non riuscendo ancora a trovare un lavoro. In riva allo Stretto la 51enne ha trovato prima di tutto una casa dopo lunghi mesi trascorsi a dormire in macchina sfidando il freddo invernale di Milano e Torino, vorrebbe rimanere qui ancora per molto tempo magari riprendendo l'attività che svolgeva in Svizzera fino al momento in cui ha detto al proprio datore di lavoro di sentirsi donna e di voler essere considerata tale anche dall'ambiente esterno. "Ho capito tutto già da ragazzina - racconta - il corpo in cui sono nata non era il mio, ma non potevo dire nulla e allora ho trascorso l'adolescenza nel silenzio a sognare cosa sarei potuta essere se solo avessi avuto piena libertà".

"La mia famiglia mi ha cacciata via da casa"

Ma quel peso alla fine si è rivelato troppo grande da gestire e Alessia ha deciso di parlare, di uscire allo scoperto, pagando però un prezzo altissimo. "Ad un certo punto sono esplosa, ho rotto quella campana di vetro che per tanti anni mi ha protetto e nello stesso tempo soffocata. Avevo già iniziato le cure ormonali e con l'aiuto di un team di psichiatri e psicologi ho rivelato tutto alla mia famiglia. Sono rimasta sola, tutti si sono allontanati a partire da mia madre". Un passato che Alessia vuole dimenticare, mettere da parte. Iniziando a non pronunciare quel nome che fino a qualche anno fa appariva sui documenti. "Mi vestivo da donna di nascosto, il supporto medico l'ho richiesto senza dire niente a nessuno, ma avevo già intrapreso una strada da cui non si poteva più tornare indietro".

"In azienda devi essere un uomo, fuori puoi fare ciò che vuoi"

Ma le cose si complicano ancora di più. "Mi trovavo in Svizzera - spiega Alessia - e dopo l'allontanamento dai miei familiari ho dovuto dire addio anche alla mia professione. Ero una rappresentante di prodotti alimentari, quando ho comunicato la mia vera identità al mio datore di lavoro sono stata obbligata a licenziarmi. Volevano che continuassi ad essere un uomo come erano abituati a conoscermi, mentre al di fuori dell'attività lavorativa avrei potuto fare ciò che volevo. Ma era un sacrificio impossibile da sopportare oltre che profondamente ingiusto". Alessia quindi rimane senza lavoro, ma non si dà per vinta e inizia a cercare il riscatto. "Per due anni ho collezionato solo porte chiuse in faccia e mi hanno detto di tutto. Sei una barzelletta, la nostra è un'azienda seria. Alla fine sono stata costretta a lasciare la Svizzera perché senza una professione non mi hanno rinnovato il permesso di soggiorno".

In Italia le cose non migliorano. "Sono stata ospite da una mia amica a Torino ma sono dovuta andare via perché la madre non era contenta della mia presenza. Ho dormito in auto nonostante il freddo, mi sono spostata a Milano senza un tetto sopra la testa e un'idea su cosa fare. Non ho trovato aiuto neanche rivolgendomi alle associazioni".

L'arrivo a Messina e quell'aiuto insperato

Dopo una breve parentesi in Calabria, Alessia arriva a Messina. "Non so neanche perché ho deciso di spostarmi in Sicilia, mi sono lasciata andare con la paura di non farcela. Ho dormito per tre giorni nei pressi del porto, poi per puro caso ho trovato il contatto di Rosario Duca, responsabile dell'associazione Arcigay Makwan. E grazie a lui è arrivato un aiuto insperato, mi ha trovato una sistemazione fino a quando è intervenuta la Messina Social City che mi ha dato ospitalità a Casa Serena. Messina mi ha accolta e sono grata con tutto il cuore a Duca e al Comune per quanto ricevuto".

Ma trovare un lavoro è ancora difficile: "La nostra è una ditta seria, sembri una maschera di Carnevale"

Adesso Alessia vive negli alloggi di transito di Bisconte e cerca ancora un lavoro. "Ho girato tantissimi locali per un posto da cameriera o commessa, ma finora nulla C'è chi si è lasciato andare ad offese gratuite paragonandomi a una maschera carnevalesca e ribadendo la serietà della sua ditta. Alcuni ragazzini mi hanno invece offesa incontrandomi per strada. Ho chiesto aiuto alle forze dell'ordine, ma alla fine ho deciso di far finta di nulla".

Ma Alessia vuole lanciare un appello, rivolto prima di tutto ai giovani che vivono il suo stesso dramma. "Se vi sentite in un corpo sbagliato abbiate il coraggio di tirare fuori tutto, dovete avere la consapevolezza che serve una forza mentale e fisica non indifferente per affrontare le discriminazioni che incontrerete. Ma sappiate che abbiamo il diritto di essere come siamo e combattere fino a quando la nostra scelta non verrà vista come una colpa che nega dei diritti. Io voglio avere un lavoro, una casa tutta mia e una vita tranquilla. Voglio finalmente poter dire che anche io ce l'ho fatta".

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