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Dall'abuso d'ufficio alla custodia cautelare: così il governo cambia la giustizia

Il Consiglio dei ministri ha approvato la riforma della giustizia. Gli obiettivi sono diversi: liberare i sindaci dalla "paura della firma" e aumentare le garanzie per chi è sottoposto a indagini. La riforma prevede anche una stretta sulle intercettazioni e modifiche al reato di traffico di influenze

Il Consiglio dei ministri ha approvato all'unanimità il disegno di legge contenente "Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento giudiziario". Sono otto gli articoli di cui si compone il disegno di legge messo a punto dalla maggioranza: si va dalla cancellazione del reato di abuso di ufficio alla stretta sulle intercettazioni, dalle modifiche al reato di traffico di influenze illecite fino alla custodia cautelare. Vediamo cosa cambierà nel dettaglio, fermo restando che la bozza di legge potrà subire modifiche, anche sostanziali, prima di essere approvata. 

La cancellazione dell'abuso d'ufficio

Uno degli interventi più attesi è l'abrogazione dell'abuso d'ufficio che secondo l'articolo 323 del codice penale si configura quando un pubblico ufficiale o "incaricato di pubblico servizio" procura "a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale" oppure "arreca ad altri un danno ingiusto".

Il reato prevede una pena da uno a quattro anni e può essere commesso non solo "in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità", ma anche "omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto". In sostanza l'amministratore o il funzionario pubblico commette un abuso d'ufficio quando approfitta del proprio potere e del proprio ruolo per ottenere un vantaggio personale per sé o per i propri familiari, oppure per arrecare un danno a qualcuno.

Si tratta però di un reato non facile da provare e che spesso blocca l'attività dei sindaci che non di rado vengono indagati senza che poi si arrivi a una sentenza di condanna. Come si legge nella relazione che accompagna il disegno di legge solo nel 2021 sono state 4.745 le iscrizioni nel registro degli indagati e solo 18 le condanne in primo grado.

Uno squilibrio, dunque, tra il numero delle iscrizioni e le decisioni di merito. Ma questo, si fa notare da via Arenula, non comporta alcun arretramento nel contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, perché resta in piedi tutto l'insieme organico di rimedi preventivi e repressivi.

Anche i sindaci del Pd chiedono di rivedere la legge

Sull'abrogazione del reato il ministro della Giustizia Nordio ha assicurato che le forze politiche hanno trovato un accordo. "Posso affermare sul mio onore  - ha detto di recente - che vi è stata una processione di amministratori e soprattutto di sindaci anche appartenenti al Pd e ad altre formazioni che ci hanno supplicato di abolire questo reato che crea la paura della firma".

E in effetti il Pd di Elly Schlein non si può dire che stia facendo barricate per contrastare l'ipotesi di rivedere o cancellare il reato. Antonio Decaro, primo cittadino di Bari e presidente dell'Anci (associazione nazionale comuni italiani) ha chiarito che la richiesta dei sindaci non è però di abrogare il reato tout court, ma definire "un perimetro certo" di applicazione della legge.

Come dire: il problema esiste, ma può essere affrontato con un approccio meno drastico. "Dobbiamo ricordare che nel 93% dei casi le inchieste per abuso d'ufficio non arrivano nemmeno al giudizio" ha spiegato Decaro, "ma intanto gli amministratori hanno subito un grave danno di reputazione per la propria vita e per la carriera, non solo politica. Ogni giorno un sindaco deve decidere se firmare un atto, rischiando l'abuso d'ufficio, o non firmarlo rischiando l'omissione in atti d'ufficio e questo rallenta le procedure proprio quando ci viene chiesto di accelerare sui progetti Pnrr. Non abbiamo mai chiesto l'impunità, anzi io sono convinto che un sindaco che sbaglia debba pagare anche più di altri. Chiediamo solo certezze".  

Lo stesso Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e coordinatore dei sindaci del Pd, si dice favorevole a rivedere la legge in vigore. "I sindaci italiani da anni chiedono una revisione dell'abuso di ufficio. Crea paura della firma ed è un reato che nel 95% dei casi porta ad assoluzione o archiviazione, rovinando intanto la carriera con processi che non arrivano a nulla. Si rischia di incorrervi solo per una delibera che si vota o per un atto che si firma. Il meccanismo di contestazione è davvero perverso. Noi non chiediamo nemmeno di abolirlo ma di mettere confini chiari, altrimenti crea effetto deleterio sulla Pubblica amministrazione perché c'è paura di firmare, paura di mandare avanti gli atti. Chiediamo di definirlo con precisione e introdurre limiti. È un problema di tutti. Sono tutti i sindaci italiani che lo chiedono. Se è questa l'idea di Nordio, noi siamo d'accordo".  

Traffico d'influenze: depotenziato il reato

 Il ddl interviene anche sul traffico di influenze illecite che oggi punisce chi, "sfruttando o vantando relazioni esistenti o asserite con un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio (...) indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione illecita". In sostanza il traffico d'influenze viene commesso quando qualcuno approfitta delle proprie conoscenze per ottenere un vantaggio. Il reato verrà ora limitato a condotte particolarmente gravi, con aumento delle pene previste, che vanno da un anno e 6 mesi a 4 anni e 6 mesi, e con la previsione di non punibilità se l'autore collabora con la giustizia. 

Come cambia la custodia cautelare

La riforma contiene anche una stretta sull'applicazione delle misure cautelari, per le quale sarà necessario l'interrogatorio di garanzia dell'indagato (a meno che non sussista pericolo di fuga o di inquinamento delle prove) affidando, ma solo nel caso della custodia cautelare in carcere, la decisione non più solo al Gip, ma a un collegio di tre giudici.

L'obiettivo dell'interrogatorio di garanzia prima di far scattare la misura è dare all'indagato e al giudice un momento di interlocuzione diretta con il magistrato per spiegare le proprie ragioni e dare la propria versione dei fatti. Tutto ciò ovviamente a garanzia dell'indagato che, nei casi previsti dal ddl, prima di essere privato della libertà dovrà dunque essere interrogato. "Se consentito dalle concrete circostanze - si legge nella bozza -, da un lato si evita l'effetto dirompente sulla vita delle persone di un intervento cautelare adottato senza possibilità di difesa preventiva, dall'altro si mette il giudice nelle condizioni di poter avere un'interlocuzione, e anche un contatto diretto, con l'indagato prima dell'adozione della misura". Dato l'impatto sull'organizzazione dei tribunali, la disposizione sulla collegialità sarà accompagnata da un aumento di organico di 250 magistrati e la sua entrata in vigore è differita di 2 anni. 

La stretta sulle intercettazioni e l'avviso di garanzia

Un altro punto saliente della riforma riguarda le intercettazioni e la tutela dei terzi non coinvolti nelle indagini. La pubblicazione sarà infatti possibile solo quando il contenuto intercettato finisca agli atti del processo e il giudice sarà tenuto a stralciare, oltre ai dati personali sensibili, anche quelli relativi a soggetti diversi dalle parti, a meno che non siano rilevanti per le indagini. L'obiettivo è evitare che le conversazioni di chi non è coinvolto nell'inchiesta finiscano in atti di indagine e siano poi divulgate. 

Con la riforma cambia anche l'avviso di garanzia che d'ora in poi dovrà contenere anche una descrizione sommaria del fatto su cui si indaga. La notifica inoltre, si legge nella bozza, dovrà avvenire con modalità che tutelino l'indagato e in modo da garantire la riservatezza del destinatario.

Il potere di appello dei pm e i concorsi per magistrati

Il ddl stabilisce poi di ridisegnare il potere del pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di assoluzione di primo grado, rispettando però le indicazioni della Corte costituzionale. La limitazione alla possibilità per il pm di proporre appello non riguarda infatti i reati più gravi, compresi quelli contro la persona che determinano particolare allarme sociale.

Un altro obiettivo delle misure riguarda la riduzione dei tempi per i concorsi e per l'ingresso in servizio dei nuovi magistrati. Ma la norma, predisposta inizialmente per il disegno di legge, è stata inserita nel decreto legge in materia di organizzazione della pubblica amministrazione per velocizzarne l'entrata in vigore. Si introduce infine una norma di interpretazione autentica per chiarire che il requisito di età massima fissato per i giudici popolari delle corti d'assise in 65 anni deve sussistere soltanto al momento della nomina. Secondo la maggioranza si eviterebbe così il rischio che, in procedimenti per gravissimi reati, anche per mafia e terrorismo, siano ritenute nulle le sentenze pronunciate da corti d'assise nelle quali un giudice popolare abbia superato il limite di età durante il processo.

Fonte:  Today.it

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