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Martedì, 29 Novembre 2022
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Peniel, il piccolo samurai gentile: “Il karate come arma per sorridere”

L’undicenne di origini congolesi è ipovedente. È stato adottato dai messinesi Nino e Caterina Vinci quando aveva appena 2 anni. E oggi è felice grazie al maestro Domenico Pullia: “Non insegniamo a difendersi, insegniamo a non offendere...”.

Nel 2013 è stata “eletta” la famiglia più accogliente d’Italia. E dopo aver adottato il piccolo Peniel, nato nella Repubblica Democratica del Congo, Antonino e Caterina Vinci hanno ospitato a più riprese e per vari periodi tanti giovani migranti sbarcati in Italia in cerca di un futuro migliore e di un posto rassicurante nel Mondo.

E con la gioia di un papà fiero e felice Nino accompagna due volte a settimana il suo Peniel, che oggi ha 11 anni, agli allenamenti di karate. Alla palestra del conosciutissimo maestro messinese Domenico Pullia: “Peniel è ipovedente – racconta Nino a MessinaToday – e trovare uno sport che facesse al caso suo non è stato facile. Lo abbiamo adottato 9 anni fa quando aveva appena 2 anni. Oggi va in prima media e a scuola s’impegna molto, nonostante le difficoltà va bene e io e mia moglie siamo molto felici. Negli anni gli abbiamo fatto provare tantissimi sport, dal basket alla danza, perché Peniel ama tantissimo muoversi e ballare. Ma qui addirittura in una scuola di ballo di Messina abbiamo sentito i genitori di alcuni bambini fare qualche infelice e sgradevole battuta su come Peniel si muoveva senza considerare il fatto che lui fosse ipovedente. Quella è stata la cosa più brutta e triste per noi e così abbiamo deciso di portare Peniel a provare un’arte marziale come il karate. Era la nostra ultima spiaggia”.

E con il maestro Pullia al primo incontro è scattata subito la magia: “Ho 56 anni e sono praticamente nato in palestra dato che anche mio papà Giuseppe è stato maestro di judo e karate – ricorda Domenico – Con Peniel l’approccio è stato estremamente normale, naturale e spontaneo dato che lo trattiamo esattamente come tutti gli altri bambini. Adeguandoci ovviamente alle sue difficoltà, aiutandolo nei movimenti, premiandolo per l’impegno e incoraggiandolo sempre. Il nostro motto è “uno per tutti, tutti per uno” e il nostro spirito è quello dei 3 moschettieri”.

Un maestro atipico, gentile e sensibile: “Non mi ritengo rigido, perché la rigidità porta all’arroganza – dice Pullia – Ci vuole fermezza, ma con il sorriso. E non bisogna insegnare ad attaccare o a difendersi, ma a porgere l’altra guancia e a non offendere. Peniel fa karate da 5 anni e oggi è cintura verde, si allena insieme a tutti gli altri bambini e non è l’unico atleta con disabilità con cui mi sono rapportato. Addirittura per tanto tempo è stato affiancato da Davide, un altro ragazzo diversamente abile molto più grande di lui che lo ha aiutato tanto. Lo seguiamo come gli altri e più degli altri, è un bambino intelligente e vivace, direi iperattivo. Qui in palestra siamo una famiglia e Peniel è uno dei nostri cuccioli”.

E la “dinastia” dei Pullia non si arresta, con il figlio di Domenico, Giuseppe, che ripercorre le orme del papà e del nonno: “Il nostro dojo – dice Domenico, 7° DAN – è nato a Gravitelli alla fine degli anni ’60. Il karate non è uno sport, ma una disciplina. Insegniamo a non arrestare mai sogni e obiettivi e a guardare l’orizzonte per puntare all’infinito. Insegniamo l’auto-controllo. Più rapporti umani, meno cellulari e tablet. Abbiamo bisogno di questo e di una maggiore umanità. E siamo anche da sempre molto attivi nel sociale: abbiamo fatto e continueremo a fare diversi corsi di autodifesa al Cedav dedicati alle donne e in programma abbiamo anche un altro calendario di corsi di difesa personale rivolti a chiunque. Donne e uomini, adulti e bambini. E tanto altro ancora in cantiere”.

Peniel intanto sogna in grande grazie al karate: “Una passione – dice – un’arma per sorridere e per sentirmi felice”.

E a suo papà Nino luccicano gli occhi quando parla del suo campioncino: “Peniel ci ha riempito la vita di gioia – dice Nino Vinci – e per noi la cosa più importante è che lui sia felice. Anzi, è l’unica cosa che conta. Noi tra le famiglie più accogliente d’Italia? Ma no, non ci piacciono questi appellativi. Noi siamo sempre stati così e abbiamo sempre agito di cuore. E sono tanti i ragazzi che abbiamo ospitato per diversi periodi. Come ad esempio Pa, che gioca a calcio e che per Peniel è come un fratello”.

Una bellissima storia d’integrazione quella di Peniel e della famiglia Vinci, da stimolo e da esempio, soprattutto in un momento in cui in Italia purtroppo si sono accesi ancora una volta i riflettori sull’ennesimo episodio razzista legato allo sport. La vittima, questa volta, è stata la pallavolista Paola Egonu, nata in Veneto da genitori nigeriani. Paola è la pallavolista più forte al Mondo, ma gli insulti razzisti l’hanno costretta a lasciare l’Italia e a volare in Turchia. Lontano dal Belpaese. Un Paese che forse tanto bello non è. Lontano dalle pressioni di una terra in cui si è sentita straniera anche se italiana. A Paola l’hanno rinfacciato più volte: “Lo sei solo sulla carta, ma il tuo colore della pelle dice altro. Le tue origini raccontano un’altra storia”. Triste, doloroso e sciocco. E sinonimo di tanta ignoranza.

E la sua vicenda ci ha ricordato qual è la deriva che rischia di prendere il nostro Paese. Nino Vinci, in chiusura, ha commentato questa storia con una frase emblematica: “Ci piace sempre abbracciare la filosofia di Madre Teresa di Calcutta – conclude – Madre Teresa dice che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo questa goccia mancherebbe all’oceano. Le nostre sono soltanto piccole azioni, piccole gocce, ma assieme contribuiscono a dar vita a un immenso oceano”.

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