menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay

Pestaggi, intimidazioni e scommesse illegali decise sui tavoli del bar: così Lo Duca "comandava" Provinciale

Il locale di via Catania scelto come base operativa dal boss tornato in libertà dopo il 41 bis. Era lui la figura di riferimento anche per risolvere controversie private tra i residenti della zona. Gli affari con il traffico di droga tra Maregrosso e Mangialupi

Il bar Pino, adesso sotto sequestro, era il luogo dove il boss Giovanni Lo Duca esercitava il suo controllo del popoloso quartiere di Provinciale. Lì, tra caffè e granite, si pianificavano le varie attività criminali: dalle intimidazioni ai pestaggi passando per le spedizioni punitive. A gestire l'attività era la sorella Anna, anche lei arrestata.

Trascorsi i tredici anni di carcere, anche in regime di 41 bis, Lo Duca aveva ripreso il comando del clan, proponendosi come figura di riferimento in sostituzione dello Stato. Emblematico, in tal senso, è l'episodio che vede protagonista una donna del posto che aveva chiesto aiuto al boss per ottenere la liberazione del proprio figlio minorenne, trattenuto contro la sua volontà da un pregiudicato del posto che lo voleva punire per delle offese pubblicate dal ragazzo su Facebook. L'intervento di Lo Duca era arrivato poco dopo e tutto si era concluso con la liberazione del ragazzino. Su tale vicenda non risulta nessuna denuncia.

Ma Lo Duca si proponeva come punto di riferimento per gli altri gruppi criminali, operando in piena sinergia e con strategie condivse per il controllo delle rispettive zone di appartenenza, attività commerciali comprese. Lo hanno ricostruito i carabinieri del Nucleo Investigativo dopo quasi due anni di intercettazioni e appostamenti.

L'organizzazione era particolarmente attiva nel recupero crediti derivanti sia dal traffico di sostanze stupefacenti che dalla gestione delle scommesse su competizioni sportive in assenza di licenza e per conto di allibratore straniero privo di concessione. Numerosi gli episodi di violenza emersi nel corso delle indagini, strumentali all’affermazione del controllo sul territorio e alla risoluzione delle controversie mediante l’imposizione della volontà del clan mafioso. Il gruppo mafioso capeggiato da Lo Duca gestiva inoltre un florido traffico di sostanze stupefacenti distribuite nelle piazze di spaccio dei quartieri di Provinciale, Fondo Fucile e Mangialupi.

Così come ricostruito dagli inquirenti, la droga veniva sistematicamente approvvigionata in provincia di Reggio Calabria e nella gestione di tale attività illecita, Lo Duca operava congiuntamente a Giovanni De Luca, esponente mafioso della zona di Maregrosso. Sulla base delle risultanze investigative acquisite e dei riscontri effettuati, è stato contestato il delitto di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti a 12 persone: organizzatori dell’attività illecita sono risultati essere Giovanni Lo Duca che finanziava gli acquisiti e Giovanni De Luca, mentre Francesco Puleo e Ernesto Paone erano incaricati di procurare lo stupefacente e organizzare i trasporti avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Marra e Mahamed Naji, mentre Emanuele Laganà era il referente della sponda calabrese per il procacciamento della sostanza. Incaricati delle attività di spaccio al detteglio erano, invece, Tyron De Francesco, Vincenzo Gangemi, Domenico Romano, Giuseppe Surace e Mario Orlando.

Il Gip ha ricondotto al gruppo facente capo a Giovanni Lo Duca anche Salvatore Sparacio, nipote dello storico boss Luigi, poi divenuto collaboratore di giustizia.

Il pestaggio di un uomo davanti a moglie e figlia per vendicare uno sgarbo

Tra le condotte contestate, significativa una spedizione punitiva nei confronti di Giuseppe Selvaggio, finalizzata a vendicare uno sgarbo che questi aveva effettuato nei confronti di Giovanni Lo Duca: l’uomo fu malmenato davanti alla moglie e alla figlia adolescente, riportando varie fratture e lesioni procurategli con un tirapugni in metallo e sotto la minaccia di una pistola.

Gli elementi raccolti nel corso delle indagini hanno consentito di contestare il delitto di associazione mafiosa a 9 persone tra le quali, Francesco Puleo e Vincenzo Gangemi, uomini di fiducia di Lo Duca e dediti al recupero dei crediti con modalità estorsive per conto del gruppo. Tra gli arrestati anche due donne, Maria Puleo e la stessa Anna Lo Duca, entrambe organiche all’associazione mafiosa, per avere provveduto al sostentamento degli affiliati detenuti e, la seconda, per avere messo al servizio del sodalizio mafioso, il bar a lei intestato, ove avveniva l’attività di illecita raccolta delle scommesse online su eventi sportivi.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Cura della persona

Contouring , la tecnica makeup per valorizzare il tuo viso

Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

MessinaToday è in caricamento