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Venerdì, 20 Maggio 2022
Cronaca

Rifiuti Covid, si prepara una guerra giudiziaria tra Asp e Comune

MessinaServizi ha presentato un decreto ingiuntivo per il pagamento delle fatture per il ritiro effettuato dal 2020 a pochi mesi fa, mentre l’Azienda sanitaria avrebbe un credito da 6 milioni e mezzo di euro.

Si prepara una guerra giudiziaria tra l’Asp di Messina ed il Comune (più Città Metropolitana). A farla scattare sarebbe stata la richiesta da parte di Messina Servizi del pagamento del servizio di rimozione dei rifiuti covid effettuato dalla partecipata per conto dell’Azienda Sanitaria dal 2020 e i primi mesi del 2022, sino a quando – cioè – la Regione Sicilia ha dato misure meno stringenti per la raccolta.  

Il conto presentato da Messina Servizi è stato salato: tre milioni di euro e sembra che a Palazzo Geraci non abbiano proprio apprezzato la decisione di arrivare ad un decreto ingiuntivo. Anche perché l’Azienda sanitaria provinciale avrebbe un credito con Palazzo Zanca di circa sei milioni, a cui occorre aggiungere altri tre milioni dalla Città Metropolitana. Somme che sarebbero state “ritrovate” nei cassetti dell’Asp e che si riferiscono alle rette per le strutture sanitarie che gli enti pubblici devono versare all’azienda per conto dei cittadini a basso reddito. 

Così, mentre l’Asp prepara l’opposizione al decreto ingiuntivo, si sta muovendo anche per il recupero di quelle somme. Il contenzioso è dietro l’angolo, insomma, e tutto è nelle mani del direttore amministrativo che si sta interessando del caso. Anche perché il direttore generale Bernardo Alagna questo pomeriggio è stato impegnato in una lunga riunione e sul suo tavolo c’è anche un altro fascicolo rognoso, quello dell’hackeraggio del sistema informatico. Inizialmente, lo scorso 15 aprile, sembrava che i pirati avessero “bucato” solo il sito internet ma poi ci si è resi conto invece che erano finiti nel dark web almeno 27-30 mila schede di utenti con dati anche sensibili. Una conferma che sarebbe arrivata anche dalla richiesta di un riscatto di 570mila euro in bitcoin che l’azienda naturalmente non ha pagato, girando tutto alla Polizia Postale. 

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