Editoria sotto scacco, i retroscena del Caso Ciancio nel libro di Enzo Basso

Seconda edizione dell'Istant book scritto del giornalista sulle vicende dell'editore più importante del Sud. Intrecci, connivenze, retroscena e indagini che investono il mondo della carta stampata. Partendo da Messina

Il ritratto in copertina è quello di Mario Ciancio. Ma anche la foto dei giornalisti freelance  de “La Sicilia” che protestano in questi giorni con un lenzuolo addosso, come fantasmi, non sarebbe stata male. Sì, perché il libro di Enzo Basso, 58 anni, giornalista professionista appassionato di archeologia, fondatore e ultimo direttore del settimanale Centonove, e poi di 100Novepress, è un atto d’accusa all’intero sistema editoriale prima ancora che alla storia del cavaliere di Catania e del suo impero di carta stampata.

Il libro, a poche settimane dall’uscita, è già alla seconda ristampa ed è approdato anche nelle edicole di Palermo. 

Prossima tappa Bari, a seguire Roma, direttamente all'attenzione del Presidente della Repubblica – a cui si sono già rivolti anche i giornalisti de “La Sicilia” - confidando in un suo intervento anche nella veste di Capo del Csm, per placare i rapporti spesso burrascosi tra stampa e magistratura.  

“Il caso Ciancio”, ripercorre in quasi 200 pagine, le tappe dell’inchiesta per concorso esterno alla mafia a carico del più importante editore del Sud. Una indagine lunga dodici anni, rinviata dalla Cassazione al Tribunale di Catania, dopo una serie di rimpalli che annullano e riaprono indagini su un fronte lungo mezzo secolo. E’ settembre del 2018, quando viene sottoposto a sequestro giudiziario finalizzato alla confisca, l’impero editoriale di Ciancio, ex presidente della federazione degli editori, che controlla “ La Sicilia” di Catania, “Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari, e ha partecipazioni societarie negli altri due quotidiani siciliani, “Giornale di Sicilia” e “Gazzetta del Sud”. 

Il Caso Ciancio-2

Nonostante si passi al setaccio una valanga di carte processuali, nonostante la straordinaria capacità di Basso di intrecciare relazioni, storie e personaggi, il dubbio rimane: l’editore etneo ha costruito il suo impero con l’aiuto della mafia? Quel suo dire spesso “Io, a Catania ci devo vivere”, fino a dove si è spinto?

Di certo, il giornalista non può fare a meno di mettere in evidenza qualche anomalia sul “controllo” della magistratura sulla stampa. Anomalia che viene inaugurata un anno prima: quando, il 30 ottobre 2017, la Procura di Messina, arresta Basso con l’accusa di bancarotta e sequestra il settimanale “100NovePress” mettendo la parola fine ad una testata costola dello storico periodico Centonove che si è distinto negli anni per tante inchieste politico-giudiziarie dal “Caso Messina” al “Caso Montante”.

L'inchiesta sul settimanale Centonove

Ma se a Ciancio viene contestato un solo reato, concorso esterno in associazione mafiosa, a Basso vengono contestati 24 capi di imputazione: dall’appropriazione indebita alla bancarotta impropria e fraudolenta, facendo riferimento a una legge fallimentare del ‘42.  Con una differenza: a Ciancio trovano beni per 150 milioni, a Basso una disponibilità di appena 12 mila euro trasferita al conto unico spese di giustizia. 

La Sicilia e 100Nove, sono stati affidati dai giudici allo stesso amministratore, Angelo Bonomo. “Un omicidio compiuto – scrive Basso - l’altro in corso d’opera”.

Oggi Basso dove ancora difendersi dalle accuse, la prossima udienza al tribunale di Messina sulle vicende che riguardano Centonove, è fissata per il 6 giugno. 

Nel frattempo, il tribunale di Messina lo ha prosciolto dall’accusa principe, quella che ha dato il via alla seconda inchiesta, con una sentenza dell’ottobre 2018 perché il fatto non sussiste. E’ accaduto anche che il tribunale di Caltanissetta, lo abbia riconosciuto parte civile e risarcito al processo contro Montante, l’ex presidente di Confindustria Sicilia condannato a 14 anni di carcere, col vizietto di spiare, utilizzando pezzi dello Stato,  giornalisti troppo curiosi e poco avvezzi a farsi lubrificare. 

Tanti sono i messinesi finiti in questa inchiesta, dall’ex segretario della Cisl, Maurizio Bernava al colonnello Letterio Romeo, capo centro della Dia dello Stretto, imputato anche a Reggio Calabria per altri fatti commessi a Messina. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

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