Venerdì, 22 Ottobre 2021
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Odisseo, pescatori e facci di pirata: un mare di poesia nell'opera omnia di Maria Costa

L'attesa silloge edita da Pungitopo raccoglie l’intero corpo delle opere edite della poetessa delle Case basse, entrate ormai a pieno titolo nella tradizione dialettale isolana

Ha visto da poco la luce, per i tipi della Pungitopo Editrice, “Maria Costa – Poesie e prose siciliane”, l’opera omnia della poetessa delle Case Basse diventata ormai il simbolo della Messina marinara. Una Messina d’altri tempi, abitata da uomini coriacei, di poche parole, adusi al sole e ai venti dell’eterna avventura per mare. Uomini come il nonno di Maria, con “facci d’un pirata: nasi a uncinu, a menzu marinaru, l’occhi tagghienti comu o pisci matteddu” che hanno segnato l’epopea del mare, scrigno del mito e della storia della nostra città.

La silloge raccoglie l’intero corpo delle opere edite della Costa, ormai a pieno titolo entrate nella tradizione dialettale isolana dal momento che non di semplici componimenti in vernacolo si tratta, bensì di liriche che sondano gli abissi dell’animo al ritmo dello “scinnenti” e del “muntanti”, le correnti che agitano lo Stretto da epoca immemorabile. Fin da quando Odisseo, in ritorno verso Itaca, solcò con le sue navi il mare colore del vino che separa la Sicilia dal resto del continente incontrandovi i gorghi di Scilla e Cariddi e il mortifero canto delle Sirene.

copertina maria costa-2Quasi cinquecento pagine introdotte da Sergio Todesco e cucite insieme dalla passione e la professionalità del Centro Studi che dalla poetessa prende il nome, i cui soci fondatori hanno curato la pubblicazione per la prestigiosa casa editrice fondata da Nino Falcone, la stessa con la quale Leonardo Sciascia pubblicò il suo “Ore di Spagna”. Nel segno di un’identità che il figlio di Nino – Lucio – coltiva ancora con amorevole cura e pazienza. Un’identità resa anacronistica dall’insidia del moderno globalismo e che invece è la cifra della nostra origine di siciliani. E che Maria Costa, con la disinvolta popolanità dei suoi versi e lo scandaglio della sua grande umanità riporta in superficie evocando personaggi della Messina che non c’è più e che i colori della sua poesia, infarcita di simboli e suoni onomatopeici prodigiosamente resuscitano.

Cosa aggiungere? Solo un sommesso consiglio di lettura, magari preceduto dal momento catartico in cui immerge la vista della magnifica copertina blu cobalto, il colore del mare – e, di riflesso, del cielo - che hanno accompagnato i quasi novant’anni di vita di Maria. Una vita vissuta a tu per tu con un mondo ormai quasi del tutto nascosto dall’orrida superfetazione edilizia che ha stravolto per sempre lo storico quartiere delle Case Basse, un fazzoletto di alloggi di pescatori che ha resistito financo al maremoto del 1908. L’alfabeto di quei pescatori rivive oggi nei versi di Maria Costa alla quale – come suggerisce Giuseppe Rando nell’acuta sua prefazione – “si deve (…) la salvezza del patrimonio linguistico protonovecentesco dei pescatori della Riviera del Faro di Messina: avendolo la poetessa codificato sulla pagina scritta (e stampata), quel linguaggio ha difatti acquistato la stabilità della lingua”.

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