Giovedì, 29 Luglio 2021
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Bonanzinga sul set del film su Buscetta: “Così ho insegnato i suoni della Sicilia”

Il docente di Messina consulente musicale e linguistico ne “Il traditore” di Bellocchio, unica pellicola italiana in corsa a Cannes e già premiato dalla critica. Tutti i segreti della preparazione, dal festino di Santa Rosalia alla straordinaria capacità mimetica di Favino

Sergio Bonanzinga nel suo studio, conversa con Marco Belloccio

Mettere mano ad un film siciliano non è mai operazione facile. Quantomeno se non si vuole tirare fuori qualche macchietta maccheronica.

Un rischio che certo non poteva correre un grande regista come Marco Bellocchio che debutta in questi giorni nelle sale cinematografiche con 'Il Traditore', unico film italiano in corsa in questa 72/a edizione del Festival di Cannes e in sala con 01 Distribution  dal 23 maggio, giorno della ricorrenza della strage di Capaci.

La pellicola che racconta la storia del primo pentito di mafia, Tommaso Buscetta,  e già designata Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. 

Un successo appena sbocciato, dunque, che vanta una grande collaborazione “messinese”. Oltre quella dell’attore Nicola Calì, straordinario nei panni di Totò Riina, e della giovane e talentuosa Nunzia Lo Presti alias Ninetta Bagarella, anche quella che ha dato al film suoni, musica e accenti della Sicilia vera. Stiamo parlando della consulenza musicale e linguistica di Sergio Bonanzinga, docente di Etnomusicologia e Antropologia della musica nell’Università di Palermo. 

Il ballo dei mafiosi per Santa Rosalia 

«Un mito per me Marco Bellocchio – racconta oggi il professor Bonanzinga – mai avrei pensato, quando da ragazzo a Messina andavo al cinema Aurora a vedere i suoi capolavori, che un giorno mi sarei trovato seduto con lui nel salotto di casa a discutere su come realizzare una scena di un suo film”.

Tutto la scorsa estate: “Mi arriva una telefonata dalla produzione, di Simone Gattoni, perchè Bellocchio cercava un consulente per realizzare la sequenza di una festa tenuta nella villa del capomafia Bontade durante le celebrazioni in onore di Santa Rosalia. Voleva indicazioni su cosa far ballare ai partecipanti, tutti mafiosi con famiglie al seguito. Li invitai a casa per capire meglio le sue esigenze, ma sinceramente non mi aspettavo che sarebbero venuti davvero”. 

Invece Marco Bellocchio si presenta puntualmente all’incontro, insieme ad alcuni collaboratori, fra cui appunto Simone Gattoni della Kavac Film. Più il regista illustrava il progetto, più Bonanzinga capiva che si poteva fare un lavoro molto più esteso riguardo alla specificità siciliana del «paesaggio sonoro». “Tante volte – spiega – vedo film ambientati nell’isola dove la dimensione musicale-sonora è del tutto improvvisata: improbabile, quando non del tutto falsata”. 

Bonanzinga, già nel film “I cento passi”, aveva collaborato col noto musicista palermitano Giovanni Sollima, rendendo disponibile l’audioregistrazione di un lamento funebre eseguito da una anziana donna dell’Agrigentino per il brano che accompagna la scena del funerale del padre di Peppino Impastato. A partire dagli anni '80, la ricerca di suoni e musiche appartenenti alla tradizione orale siciliana ha costituito il principale impegno di Bonanzinga che proprio sulle musiche popolari associate al culto di Santa Rosalia, ha scritto un saggio nel 1990.

“Quando Bellocchio mi descrive la scena della festa “mafiosa” connessa alla celebrazione patronale - spiega -  capisco subito che si può tentare una più specifica caratterizzazione dei suoni, utilizzando i ritmi dei tamburi e le invocazioni gridate dai devoti, che peraltro tuttora si eseguono durante la processione di luglio”.

Quel pianto funebre “documentato” alla Kalsa

Bellocchio è sempre più incuriosito dai suggerimenti di Bonanzinga, che gli fa ascoltare audioregistrazioni e guardare filmati per rendere più chiaro quanto si poteva fare. Da qui si avvia un più intenso dialogo fra il regista e l’etnomusicologo, che iniziano a discutere anche di altri momenti del film ambientati in Sicilia, come la veglia funebre per Bontade e di un altro particolare momento legato a un incubo in cui Buscetta che sogna di essere morto e vede la prima moglie cantargli una nenia funebre: “Bellocchio voleva un rosario per i defunti in siciliano per la prima scena. Mentre per la seconda l’idea di enfatizzare l’incubo attraverso il lamento fu mia, che preparai un testo basato sulle tradizionali stereotipie del pianto funebre palermitano, che avevo documentato proprio dalla voce di un’anziana donna della Kalsa, giusto il quartiere da cui Buscetta proveniva”.

Anche i dialoghi in siciliano divengono poi oggetto di discussione: “Mentre con Marco sfogliavamo la sceneggiatura per capire dove potesse servire il mio contributo, mi accorgevo che quel «siciliano» in cui erano scritti i dialoghi era poco verosimile, anche per la specificità della parlata palermitana, che presenta una tipica inflessione «dittongata» poco utilizzata nel cinema, dove si ascolta più la varietà catanese o un italiano «sicilianizzato» all’ingrosso. Su questo tema si inserì poi mia moglie Francesca Chimento, poliglotta e dottore di ricerca in linguistica ma di lingua madre palermitana, che sulla questione ha poi dato un contributo notevole. Ad esempio, quando Bontade si accorge che alla festa Contorno porta la pistola, non gli può dire «nascondi la pistola», com’era scritto, perché un vero palermitano direbbe «ammuccia stu ferru». Insomma abbiamo fatto interventi di questo genere, per rendere le cose più verosimili”. 

Quale scena le è più rimasta nel cuore? “Sicuramente quella del ballo durante la festa per Santa Rosalia, anche perché ero sul set e avevo organizzato io l’orchestrina e avevo pure collaborato alla coreografia, curata dalla palermitana Barbara Crescimanno e che vedeva la partecipazione di parecchi abituali frequentatori dei corsi di danza tenuti presso la sua associazione Arci Tavola Tonda. Ticordo con piacere che proprio nella grande sala di Tavola Tonda furono fatte le prove di musica e danza, con gli attori mischiati ai danzatori dell’associazione, per arrivare a un risultato che risultasse soddisfacente rispetto alla notevole complessità della lunga scena che apre il film. È stato forse questo il momento più intenso del rapporto professionale con Bellocchio, che era lì a dirigere tutta la truppa mentre io cercavo di orientare le cose secondo le sue sempre precisissime indicazioni… La scena doveva essere inizialmente accompagnata da temi di danza appartenenti alla tradizione orale siciliana, e in particolare Bellocchio amava molto un bel valzer che avevo registrato tanti anni fa a Sortino, ma poi nel montaggio sono stati utilizzati due brani da ballo composti da Piovani, che firma la colonna sonora del film. Mi dispiace un po’ ma tutta la sequenza iniziale è onestamente bellissima: i tamburi e le invocazioni alla Santa sono rimaste, e danno davvero qualcosa in più sul piano espressivo”.

Lezioni di siciliano a Favino col puparo Mancuso

Ci sono altre scene in cui Bellocchio si è avvalso della sua consulenza? “Ho ricordato la sequenza dell’incubo di Buscetta con il pianto a morto e la recitazione del rosario dei defunti in siciliano durante la veglia funebre per Bontade: direi che è stata una partecipazione decisamente allegra…”

Ma la sorpresa più grande del film è stata l’emozione di sentire la superba interpretazione di Pierfrancesco Favino. «Buscetta, tale e quale. Non dimenticherò mai quel primo ciac. Favino entra in scena, nella sala del ballo. Mi passa davanti. Avevamo le cuffie per sentire meglio i suoni con Enzo Mancuso, il puparo palermitano che sul set istruiva gli attori non palermitani sulla pronuncia corretta delle battute. Favino dice la sua battuta: eravamo agghiacciati. Sembrava Buscetta redivivo. Una emozione fortissima. Un’artista che ha una capacità mimetica impressionante. Non era facile con Buscetta perché il pentito aveva un italiano impastato di tanti accenti, strascichi dei luoghi in cui aveva vissuto: Sicilia, Brasile, Stati Uniti…”.

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