Mercoledì, 28 Luglio 2021
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"La magistratura torni ad essere un argine all'ingiustizia”, l'atto d'accusa del giudice Mastroeni

In 34 pagine scritte col giornalista Antonio Perna, il gip del tribunale di Messina che si è dimesso prima dalle “correnti” e poi dalla magistratura, racconta un mondo che si regge su amici, raccomandazioni, cordate, gruppi di potere che ha tradito il proprio ruolo

Una magistratura che ha tradito il suo ruolo, che si è trasformata in un contenitore clientelare, tra correnti e cecchini. Quello messo a nudo dal caso Palamara è un sistema ancora tutto da scoprire che racconta anche di processi fatti morire, insabbiati o con indagini scarse o sbagliate o carenti mettendo in ombra il concetto stesso di magistratura ma soprattutto di legalità e giustizia che incide nella vita di tutti noi.

E “In morte di giustizia e comunismo” è proprio il titolo del libro-intervista del giornalista Antonio Perna con il giudice Salvatore Mastroeni, un libro che racconta anche il disagio di vivere in un mondo fatto di caste, privilegiati, scorciatoie in cui “trenta persone posseggono la ricchezza di mezza umanità”.

Dai primi passi come pretore a Messina, Mastroeni, ha scoperchiato lo scandalo-archeologico di Villa Melania, poi i processi per la strage di Gela e contro cosa nostra, il processo Livatino, processo Borsellino, il processo per l'omicidio del capitano Basile a Monreale, maxi processo Mare Nostrum con 300 imputati. Gli ultimi arresti firmati sono quelli per la mafia dei Nebrodi e le frodi alla Comunità Europea. Poi le sue dimissioni, prima dalle “correnti” e poi dalla magistratura nel dicembre 2019 (esecutive dall’1 luglio 2021). Irrevocabili. Si era stancato Mastroeni di giudicare in un contesto in cui si è perso, dice, “il senso del reale peso dei reati” perchè “noi giudici, che sui diritti avremmo la possibilità di incidere, anzi il dovere di tutelarli, invischiati nella palude Palamara, non ne usciamo, mentre dovremmo avere il dovere di un vero cambiamento”.

“La questione centrale è che questo scandalo ha dimostrato soprattutto che c’è un popolo della raccomandazione e della corruzione, dall’alto al basso, che incide nella vita delle persone a tutti i livelli - spiega a MessinaToday -  Non avere un posto di lavoro o scavalcare in un concorso con cooptati e baronati, ha stravolto ogni regola. A questa umanità serve la speranza e la certezza che non siamo tutti in vendita. Siamo tutti d’accordo a giudicare i grandi reati, ma quanti a non capire che anche le “semplici” raccomandazioni, ormai strutturali nella nostra società, creano la fortuna di qualcuno che avrà  prestigio, beni, ville e tanti sbandati senza futuro anche se hanno maggiori meriti?”.

Ma c'è anche, in primo piano, un problema che investe il potere enorme delle procure che possono fare o non fare cadere un governo semplicemente non compiendo azioni. “L’omessa indagine di una procura decide le sorti delle persone, di una comunità o del Paese”. 

In 34 pagine non a caso senza editore - la pubblicazione è stata "sfornata" utilizzando la nuova frontiera della tecnologia digitale - c'è il mondo della magistratura “vissuto dal basso” in cui il giudice messinese conferma “il costante e capillare operare del sistema di cui parla Palamara, le frenesie e le ambizioni di colleghi, i favoritismi ai soci/compari/associati alle correnti, le possibilità prossime a zero di avere un posto direttivo senza essere o piegarsi ad una corrente, lo sconcerto le umiliazioni di decine di colleghi per questo ignobile modo di procedere”.

In morte-2Un sistema che lo ha relegato al “sottoscala dov’era confinato al primo livello di carriera, quello di inizio”.  “A fronte di quanto denunciato dal sistema Palamara - scrive il giudice - sarebbe doveroso verificare le appartenenze, e le stesse nomine dei procuratori, sia per trasparenza sia per capire se mai vi possano essere una influenza e una matrice comune nelle nomine”.

Nel libro c'è spazio anche per l'atuale momento legato all'emergenza pandemica. “Che ci azzecca la giustizia e i giudici? Presto detto - spiega Mastroeni - Tutto ciò che è opera della natura, come la pandemia, dobbiamo subirlo ma dobbiamo anche correre ai ripari e mai permettere che si aggiunga un solo morto per imprevidenza, imprudenza, imperizia, colpa. L’epidemia è una disgrazia mondiale che va combattuta, che andava combattuta meglio, con meno negazionismi iniziali, meno incapacità, ritardi, superficialità e… anche meno “corruzione”. Il ritardo e le carenze di intervento iniziali, gli errori che hanno preceduto la seconda ondata sono gravi - continua -  Il magistrato deve assicurare che le leggi ed i diritti siano rispettati. Che niente faccia scudo a morti che siano cagionate da gravi colpe. Fuori da ogni metafora, se sei scelto dal sistema, se il sistema decide la tua nomina con politici e giudici orientati politicamente, potrebbe esserci un vulnus nella tua libertà di valutazione di responsabilità di quegli stessi politici. Per questo mi ostino a credere che un piccolo magistrato libero, non condizionabile, che non pranza con politici né fa riunioni, non potrà salvare il mondo ma sarebbe certamente di ostacolo ad ogni crimine singolo o diffuso. Così come ad ogni corruzione, abuso, peculato e pure stragi bianche”.

Eppure, nonostante Mastroeni attacca il sistema di cui parla oggi Palamara, emerge forte, oltre lo sdegno, la voglia di continuare a lottare in favore della magistratura “che deve essere un argine ad una ingiustizia troppo diffusa (a tutti i livelli sociali, è la zona comfort di troppi: l’ingiustizia diffusa che fanno gli amici nel favorirti)”.

Il suo pensiero va a quei giudici “messi nella macchina tritacarne dei numeri, delle decine di migliaia di processi pro capite da trattare, con limiti formali, con tempi, con obblighi di motivazione che spesso ci fanno lavorare in continuo e quasi “infinito” affanno”. Ma anche “sull’eccesso di processi e gradi per piccoli reati” che rende spesso immobile la magistratura e su questi magistrati “murati nell’obbligo (e privilegio) del silenzio”.

“In un mondo in cui, in tutti i campi domina la comunicazione – spiega -  in cui anche le piccole imprese hanno l’addetto stampa, essenziale ormai in questa società, processi interi vanno su stampa e Tv e nessuna, utile e doverosa, puntualizzazione almeno da addetti stampa degli Uffici giudiziari. Servirebbe ad eliminare equivoci e a diminuire la sfiducia nella istituzione che va diffondendosi. Non si può dire che il giudice parla con le sentenze. Chi le legge? Chi le spiega e diffonde?”.

“Quando poi si capirà che i Presidenti di Tribunale e di Corte, non possono essere solo giudici e si affiancherà loro una struttura pluridisciplinare con informatici, statistici, ingegneri, addetti al personale, addetto stampa, addetto archivi e tutto ciò che necessario, allora “l’azienda” funzionerà meglio”, dice Mastroeni. 

Nel frattempo? “Emergono frammenti di un nuovo mondo che non riesco a farmi piacere e dunque è a me che toccava togliere il disturbo. Fatto”.

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