Cronaca

Il triunvirato del narcotraffico, affari e crimini dei “pentiti di essere pentiti”

L'analisi del gip che ha firmato 14 misure cautelari. Una inchiesta che riaccende i riflettori sui collaboratori di giustizia. Il procuratore De Lucia: “Occorre evitare che tornino nel territorio di origine”

Due distinte organizzazioni criminali, una di matrice mafiosa che faceva capo agli ex collaboratori di giustizia Nicola Galletta, Pasquale Pietropaolo, Salvatore Bonaffini e Gaetano Barbera, e l'altra dedita al narcotraffico, riconducibile a Galletta, Pietropaolo e Bonaffini.

E' quanto hanno ricostruito gli investigatori della Squadra mobile di Messina, coordinati dal procuratore della città dello Stretto, nell'ambito del blitz antimafia 'Predominio' che ieri ha portato all'arresto di 14 persone. Indagini che hanno consentito di bloccare la riorganizzazione del clan. In manette anche cinque ex pentiti che a Messina, protagonisti della storia criminale della città negli anni Ottanta e Novanta e tornati a delinquere dopo significative parentesi collaborative". "Due distinti sodalizi legati tra loro da strettissimi vincoli di cointeressenza - scrive il gip Tiziana Leanza nell'ordinanza -, in quanto strumentali l'uno all'altro e insieme funzionali alla realizzazione dell'obiettivo unitario di assunzione del controllo del territorio di riferimento".

Attorno ai collaboratori di giustizia ruotavano altre "figure di significativo spessore criminale", come Cosimo Maceli, factotum di Galletta, che all'ex collaboratore era legato da un "saldissimo rapporto fiduciario", Orazio Bellissima "instancabile procacciatore di fonti di approvvigionamento per l'attività di narcotraffico", e Vincenzo Barbera, fratello di Gaetano e suo referente sul territorio, "oltre che diversi personaggi della malavita locale, taluni di notevole peso come Angelo Arrigo".

Fiumi di droga, soprattutto marijuana e cocaina

Per finanziare la loro scalata e assicurarsi il controllo del territorio gli ex collaboratori di giustizia finiti oggi in manette nell'ambito del blitz antimafia della Squadra mobile di Messina, coordinata dal procuratore capo della città dello Stretto, Maurizio de Lucia, avevano scelto il narcotraffico. “Un potere nefasto” e un affare "fiorente", annota il gip nell'ordinanza, con una "frenetica ricerca da parte degli indagati di nuove fonti di approvvigionamento per far fronte alle richieste di forniture continue da parte degli acquirenti finali". Da luglio a dicembre 2018 l'organizzazione criminale ha stretto "relazioni d'affari con tre distinti fornitori Orazio Bellissima, Stellario Brigandì e Giuseppe Selvaggio Giuseppe. Fiumi di droga, soprattutto marijuana e cocaina, che i membri dell'organizzazione avevano sempre disponibili. "In nessun momento della capillare indagine - scrive ancora il gip - sono emerse da parte degli appartenenti al gruppo reali difficoltà, nel soddisfare, a stretto giro, le richieste ricevute". E l'attività era "oltremodo redditizia". Un mercato florido che consentiva al gruppo di "monetizzare in tempi brevi gli investimenti". Particolarmente remunerativa risultava la cessione di cocaina, che garantiva profitti anche in ragione dell'espediente di 'tagliare' la sostanza per incrementare i quantitativi disponibili. "Il gruppo era organizzato in modo da correre meno rischi possibili", si legge ancora nell'ordinanza. A testimoniarlo c'è il linguaggio in codice utilizzato per indicare la droga, che di volta in volta veniva indicata come 'motoape', 'divano', 'motore'. "Si tratta di accorgimenti che danno riprova di notevole disinvoltura e professionalità criminale - scrive il gip -. Giudizio rafforzato dalla considerazioni dell'aspetto forse maggiormente inquietante che caratterizza il sodalizio, ovvero la sua riconducibilità a tre ex collaboratori di giustizia i quali, a dispetto della loro storia più recente, nel contesto di un più ampio progetto teso alla riconquista di una posizione egemone sul territorio, utilizzano il narcotraffico come facile strumento per costruirsi la base economica su cui fondare la loro scalata".

Un triunvirato con un ruolo di primo piano per Nicola Galletta

All'interno dell'organizzazione dedita al traffico di droga l'ex pentito Nicola Galletta rivestiva un "ruolo di primo piano", ponendosi come "braccio operativo", ma il gruppo era in realtà strutturato come "un triumvirato" al cui vertice c'erano, oltre allo stesso Galletta, Pasquale Pietropaolo e Salvatore Bonaffidi.

A Galletta toccava il "coordinamento e la gestione del fiorente traffico illecito". E per farlo poteva contare sulla "imprescindibile collaborazione del suo factotum Cosimo Maceli". E' l'ex collaboratore di giustizia "a tirare le fila dell'organizzazione, anche se l’organizzazione è organizzata come un “riunvirato”, curando i contatti con i fornitori e con gli acquirenti, occupandosi dell'individuazione di nuove fonti di approvvigionamento, gestendo le negoziazioni sui quantitativi e sui prezzi, interessandosi, infine, della risoluzione di eventuali problematiche". La sua abitazione è la "base logistica" del gruppo, "crocevia di incontri tra i sodali e i soci in affari - annota il gip - e luogo ove si svolgono le trattative e si definiscono le strategie future del gruppo".

Il summit nel ristorante per mettere pace fra Cutè e Cucinà

Nel ristorante gestito da Nicola Galletta anche il summit, convocato in tutta fretta, per scongiurare eventuali vendette e ripianare i rapporti tra le famiglie Cutè e Cuscinà dopo il ferimento il 25 agosto del 2018 di Francesco Cuscinà a opera di Giuseppe Cutè. Subito dopo l'agguato gli ex collaboratori di giustizia Galletta, Pasquale Pietropaolo e Salvatore Bonaffini concordarono un appuntamento. "Che il convegno dovesse essere letto in chiave tipicamente mafiosa come un chiarimento tra parti avverse - scrive il gip di Messina nell'ordinanza -, si traeva con patente evidenza già dalle modalità in cui si svolgeva. I partecipanti, infatti, non si incontravano tutti contestualmente, ma avvicendavano all'interno del ristorante, alternandosi, a piccoli gruppi, 'al cospetto' dei tre ex collaboratori, al chiaro scopo di evitare un confronto diretto e di mediare tra le diverse posizioni". La mediazione funzionò. A testimoniarlo c'è una conversazione telefonica in cui Pietropaolo, non sapendo di essere intercettato, spiega a un parente che si erano riuniti perché "dovevano aggiustare ...una cosa", che definiva la questione di "Gorbaciov", in relazione alla quale si temeva una reazione e spiegava che la situazione fortunatamente si era risolta: "L'abbiamo aggiustato insomma... vabbè... niente, tutto a posto". Un episodio che per il gip dimostra "la mediazione mafiosa posta in essere da Nicola Galletta, Salvatore Bonaffini e Pasquale Pietropaolo - ai quali, all'evidenza, veniva riconosciuta dalle parti contrapposte una indiscussa autorevolezza - al fine di dirimere un pericoloso contrasto insorto nel contesto delinquenziale locale; contrasto foriero di gravi ripercussioni che, con il loro intervento, i tre indagati avevano scongiurato, in tal modo acquisendo ulteriore prestigio nel contesto criminale di riferimento".

Il procuratore De Lucia: “Occorre evitare che i pentiti tornino nel territorio di origine”

"L'inchiesta riunisce spunti investigativi che arrivano da più indagini e portano alla presenza di ex collaboratori di giustizia tornati sul territorio per riprendere il controllo delle attività criminali", dice il procuratore di Messina Maurizio de Lucia parlando dell'operazione condotta dal capo della Squadra mobile Antonio Sfameni. "Gli ex pentiti al tempo della loro collaborazione un contributo lo hanno dato, il tema è cosa fanno dopo. La legge prevede anche di rivedere i benefici, un caso è Gaetano Barbera, la procura generale vedrà di fare una revisione. Il problema è che esaurita la collaborazione, questi soggetti ritornano sul territorio: bisogna riflettere sui limiti che si possono dare per evitarlo".

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