La relazione sul caso Antoci e le polemiche, Fava e i consulenti: "Attentato anomalo"

Conferenza stampa del presidente regionale antimafia per spiegare i punti poco chiari sulla dinamica del presunto agguato mortale all'ex presidente del Parco dei Nebrodi. Il sostegno di Gianfranco Miccichè al lavoro della Commissione

L'ex presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci

"Nessuna fonte anonima ci ha sostenuto, attentato anomalo": il presidente della Commissione parlamentare regionale antimafia Claudio Fava ha tenuto una conferenza stampa per discutere del contenuto della recente relazione sul "caso Antoci" e il presunto fallito attentato nella notte tra il 16 e il 17 maggio 2016. Un incontro con la stampa per replicare alle polemiche che sono seguite alla pubblicazione e alle conclusioni del documento. 

Fava era accompagnato dai due consulenti della CommissioneTuccio Pappalardo, già Questore e poi Direttore della DIA e Bruno Di Marco, ex Presidente del Tribunale di Catania. "Entrambi - ha sottolineato Fava - hanno offerto ed offrono un contributo prezioso a tutto il lavoro svolto dalla Commissione, supportandone la fase istruttoria di tutte le relazioni con qualità e competenza." Fava ha chiarito che "la Commissione non ha ricevuto né acquisito alcuna nota anonima ma ha basato il proprio lavoro esclusivamente sugli atti giudiziari ostensibili e messi a disposizione dall'autorità giudiziaria, oltre che sui verbali stenografici delle 23 audizioni svolte." "La Commissione non ha mai affermato che l'ipotesi più plausibile sia quella della messinscena, ma ha sottolineato che quella dell'attentato mafioso a fine stragista è la meno plausibile alla luce dei dati raccolti. In ogni caso tutte le ipotesi, come riportato nella relazione restano in piedi e questa valutazione è del tutto oggettiva legata alla lettura e all'analisi dei fatti e dei documenti. Senza alcun aggettivo né alcun punto esclamativo."

All'incontro con i giornalisti ha preso parte anche il presidente dell'Assemblea Regionale Gianfranco Micciché, che ha definito “ottimo il lavoro della commissione Antimafia”. "Ci tenevo ad essere qui - ha detto Micciché - perché volevo dare il mio appoggio alla commissione parlamentare Antimafia e anticorruzione per il lavoro che sta facendo: coraggioso, molto minuzioso e preciso. Tutta l'Assemblea regionale è soddisfatta. Dalle tre inchieste che avete curato (caso Montante,  processo Borsellino e caso Antoci ) sono emerse tantissime incongruenze e anomalie.

Siap al fianco dell'Antimafia: “Giusto si faccia chiarezza anche sulla morte dei nostri due agenti”

Rispondendo alle domande dei giornalisti, Fava ed i due consulenti hanno sottolineato che "si è trattato di un attentato di estrema gravità, che ha avuto un grande risalto anche a livello nazionale; un attentato certamente anomalo, nelle sue modalità se riportato alla "casistica" degli attentati mafiosi." Fava ha sottolineato quello che ha definito "l'imbarazzo degli ambienti investigativi rispetto alle evidenti contraddizioni nel comportamento di alcuni funzionari di pubblica sicurezza, così come nel fatto che l'autorità giudiziaria non abbia ritenuto di dover approfondire quelle contraddizioni."

L'ex presidente Di Marco ha elencato quelle che ha definito come "anomalie" rispetto alla ricostruzione dei fatti sottolineandone alcune:
- nessuno ha preso in considerazione il fatto che l'attentato sia avvenuto su una strada statale, luogo nel quale un attentato necessiterebbe un blocco in entrambe le direzioni
- non sono state allertate immediatamente le centrali operative che mettessero in moto misure attive per intercettare gli attentatori (nessun posto di blocco)
- le armi usate sono palesemente inidonee per la blindatura dell'autovettura
- l'assenza di un fuoco incrociato contro la vettura
- la scelta di un momento ed un luogo poco adatti, per il buio e la presenza di assenza di vie di fuga per gli attentatori, di cui per altro la Polizia Scientifica non è riuscita ad individuare possibilità modalità di effettiva fuga
- la mancata attuazione delle regole d'ingaggio previste da parte degli agenti di scorta
- il trasferimento di Antoci dalla vettura blindata per portarlo su una vettura non blindata per altro ferma a decine di metri di distanza;
- il fatto che gli agenti di scorta vengano lasciati da soli per oltre mezz'ora senza avvisare nessuno della loro esposizione al pericolo
- il mancato ritrovamento dei bossoli degli attentatori.

Le procedure operative della scorta di Antoci

"Nella ricostruzione dei fatti, condivisa da tutti i testi e riassunta nella proposta di archiviazione della Procura di Messina, si evidenziano diverse anomalie nel comportamento degli agenti che accompagnavano Antoci, alcuni addebitati dagli auditi ai momenti di concitazione vissuti dopo l’agguato, altri di più difficile comprensione - si legge nella relazione della commissione antimafia - vediamoli nel dettaglio.

a) Il dottor Antoci arriva a Cesarò a bordo della sua Lancia Thesis blindata, accompagnato dall’assistente capo Proto (alla guida) e dall’assistente capo Santostefano come caposcorta. Il vicequestore aggiunto Manganaro, che avrebbe dovuto raggiungere Antoci, è a bordo di un SUV guidato dall’assistente Granata. Durante il percorso, Manganaro si ricorda che occorre recuperare una pen drive contenente delle foto che il funzionario intende mostrare al sindaco di Cesarò.
MANGANARO: Partii da Sant’Agata col mio SUV nero che mi era stato dato da qualche settimana… sequestrato ad un boss di Barcellona e riassegnata al mio ufficio…
FAVA, Presidente della Commissione. Era un’auto attrezzata con sirena e lampeggiante?
MANGANARO: È una macchina attrezzata con lampeggiante, senza sirena… quindi siamo saliti con  Granata… poi l’assistente Granata come in ogni sua occasione era un po’ sbadato… dimenticò la chiavetta… e quindi per risparmiare tempo e riuscire ad arrivare a Cesarò… non ricordo se chiamai Proto, chiamai Santostefano, chi dei due chiamai, non mi ha risposto… chiamai il presidente Antoci e gli ho detto di farmi contattare dai ragazzi della scorta… non mi ricordo chi mi contattò dei due… 
FAVA, Presidente della Commissione. Cosa chiese in sostanza? 
MANGANARO: Di venirmi a prendere
Questo invece il ricordo dell’assistente capo Santostefano.
SANTOSTEFANO: Quando siamo giunti a Cesarò, la personalità ha salutato alcune autorità del luogo e subito dopo ha detto a noi due, sia a me che all’autista Proto: “uno di voi due potrebbe ritornare indietro… perché sta arrivando il dottore Manganaro poiché è col suo autista e deve rimandare indietro il suo autista a prendere delle carte… potresti andargli incontro… così recupera tempo”. 

"Al di là del ricordo non coincidente (Manganaro afferma che chiese ad Antoci di farsi chiamare da uno degli uomini della scorta per chiedere che qualcuno gli andasse incontro, mentre Santostefano afferma che fu lo stesso Antoci a chiedere che uno di loro raggiungesse Manganaro con la Thesis) - scrive la commissione antimafia - stupisce che la personalità scortata venga lasciata nel luogo dell’iniziativa senza la disponibilità dell’auto blindata e, quanto ci riferisce Antoci, a sua insaputa". 

I due agenti sul luogo dell'agguato
d)    Un'altra scelta che appare poco comprensibile è quella di lasciare due agenti, Proto e Granata, sul luogo dell’agguato invece di portare via anche loro con il SUV su cui era stato trasbordato Antoci, pur sapendo che le condizioni (nel cuore della notte, in una strada isolata in mezzo al bosco) li esponevano fatalmente al possibile fuoco degli assalitori.
FAVA, Presidente della Commissione. Come mai decidete di lasciare Granata e Proto?
MANGANARO: non c’è un ragionamento sulla decisione… ce ne andiamo di corsa, portiamo la personalità in salvo… facevano copertura… ed erano a presidio con una macchina blindata… non me lo sono posto il problema dei ragazzi, assolutamente… dopo che siamo entrati a Casello Muto tra i miliardi di telefonate mi sono messo pure in collegamento con Granata e Granata mi dice “va bene qua sono scappati”.
FAVA, Presidente della Commissione. Proto ci dice che non hanno ricevuto alcuna telefonata da parte vostra e Granata dichiara di aver ricevuto una telefonata nell’immediatezza dell’arrivo della prima volante…
MANGANARO: Ho chiamato, ho chiamato…

Il gruppo politico presieduto dal relatore Claudio Fava sottolinea: "Sull’attentato del 18 maggio 2016, il lavoro di questa Commissione si trova costretto a dar atto delle molte domande rimaste senza risposta, delle contraddizioni emerse e non risolte, delle testimonianze divergenti, delle criticità investigative registrate che qui proviamo sommariamente a riepilogare.
Non è plausibile che quasi tutte le procedure operative per l’equipaggio di una scorta di terzo livello, qual era quella di Antoci, siano state violate (l’auto blindata abbandonata, la personalità scortata esposta al rischio del fuoco nemico, la fuga su un’auto non blindata, l’aver lasciato due agenti sul posto esposti ad una reazione degli aggressori…).
Non è plausibile che gli attentatori, almeno tre (a giudicare dalle tre marche di sigarette riscontrate sui mozziconi), presumibilmente tutti armati (non v’è traccia nelle cronache di agguati di stampo mafioso a cui partecipino sicari non armati), non aprano il fuoco sui due poliziotti sopraggiunti al momento dell’attentato.
Non è plausibile che, sui 35 chilometri di statale a disposizione tra Cesarò e San Fratello, il presunto commando mafioso scelga di organizzare l’attentato proprio a due chilometri dal rifugio della forestale, presidiato anche di notte da personale armato, né è plausibile che gli attentatori non fossero informati su questa circostanza.
Non è comprensibile la ragione per cui il vicequestore aggiunto Manganaro non trasmetta le sue preoccupazioni ai poliziotti di scorta di Antoci (per “non agitarli”, sostiene) salvo poi cercare di raggiungerli temendo che potesse accadere qualcosa senza nemmeno tentare di mettersi in contatto telefonico con loro".

  

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