Il coronavirus preoccupa i detenuti, protesta a Gazzi: stoviglie contro le grate e blocco stradale dei parenti

Anche a Messina la manifestazione contro la sospensione dei colloqui. Urla e pentole usate come martelli all'interno delle celle. In strada il corteo dei familiari. Gli agenti chiedono aiuto al governo: "Temiamo altre evasioni"

La protesta è iniziata nelle celle con il rumore assordante delle pentole sbattute contro le inferriate. Poi tutto si è spostato in strada dove sono state le donne ad essere protagoniste.

Questo il riassunto della giornata vissuta dentro e fuori il carcere di Gazzi. Ad iniziare sono stati i detenuti che hanno puntato il dito contro la decisione di sospendere i colloqui settimanali per evitare la diffusione del coronavirus.

Ma a differenza di altre città italiane, Messina ha visto una manifestazione pacifica che dai corridoi del penitenziario è culminata in strada sotto lo sguardo attento di polizia e carabinieri.

Intorno alle 20, infatti, sono stati i parenti dei detenuti a protestare. Urla, clacson suonati ininterrottamente e pentole sbattute l'una contro l'altra. Protagoniste giovani donne che hanno scelto di coinvolgere perfino i loro figli, molti dei quali in tenera età. 

VIDEO | Coronavirus, i parenti dei detenuti in rivolta: "Trattati come animali"“

Il corteo ha avuto origine da via delle Corse per poi stazionare qualche minuto davanti l'ingresso pedonale del carcere. Successivamente è arrivata la decisione di bloccare il traffico in via Consolare Valeria, a pochi passi dall'entrata principale. La viabilità è presto andata in tilt e non sono mancati momenti di nervosismo tra i manifestanti e gli automobilisti spazientiti.

"Hanno sospeso i colloqui senza avvisarci - ha spiegato la moglie di un detenuto - non è giusto agire in questo modo. C'è gente che è venuta dalla provincia e si è ritrovata la porta sbarrata con la sola possibilità di lasciare i pacchi per i propri cari. Pretendiamo rispetto".

Al momento, le visite sono state proibite fino al prossimo 22 marzo, ma il provvedimento potrebbe essere prorogato ulteriormente. 

All'impossibilità di vedere i parenti si aggiunge anche la preoccupazione per i rischi di contagio a cui è soggetto chi è recluso all'interno del carcere.

Una situazione che rischia di degenerare. Altre proteste, infatti, si sono registrate negli ultimi giorni nelle strutture detentive di Salerno, Napoli e Frosinone, Vercelli, Alessandria, Brindisi, Bari, Foggia e Poggioreale. L'episodio più grave è accaduto a Modena, dove sette detenuti hanno perso la vita. Momenti drammatici anche nel carcere di Pavia dove due agenti sono stati tenuti sotto sequestro. 

Il grido d'allarme degli agenti di polizia penitenziaria

Il clima nelle carceri è bollente. Da qui il grido d'allarme degli agenti di polizia penitenziaria siciliani che, attraverso i sindacati, chiedono l'intervento delle singole prefetture. "L’attuale emergenza - precisano - non coinvolge solo gli addetti ai lavori, quindi solo il personale di polizia penitenziaria, ma l’intera cittadinanza, perché assistere ai parenti dei reclusi, fuori delle carceri che chiedono la loro liberazione, mettendo in atto azioni pericolose, non fanno altro che incitare alla violenza i proprio familiari reclusi e questo non è possibile che accada in un Paese civile come il nostro. La nostra preoccupazione maggiore e che i detenuti possano evadere dalle carceri e quindi mettere in serio pericolo la cittadinanza, per questi motivi è opportuno che i prefetti mettano in campo ogni iniziativa utile, per fronteggiare l’attuale emergenza, poiché il numero dei poliziotti penitenziari presenti nella nostra Regione, sono insufficienti a gestire, le sommosse e le rivolte in atto".

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A firmare il comunicato: SAPPE, OSAPP, UIL PA, FNS,  CISL , CGIL, CNPP, FSA

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