menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay

Inchiesta Caronte&Tourist, quando Franza disse: "Ci gestissero loro il bar guadagneremmo il 50% in più"

L'amministratore delegato della società ha negato di conoscere le famiglie della criminalità organizzata in quota alla ditta che gestiva la ristorazione e i bar a bordo. I dubbi degli inquirenti e le intercettazioni sulla rotazione dei servizi e l'indennità di 400 mila euro alla Caap

Dipendenti, collaboratori, fornitori e partner della Caronte&Tourist, appartenenti tutti alle famiglie della 'ndrangheta di Villa San Giovanni e Reggio Calabria, i cui legami con le cosche locali erano "sconosciuti" a Vincenzo Franza. Questo, quantomeno, è quello che dichiara nel corso degli interrogatori e che emerge dalle pagine del provvedimento del Tribunale di Reggio Calabria, in seguito al terremoto giudiziario che ha investito la società di navigazione dello Stretto, sottoposta ad amministrazione giudiziaria

La Caap Service e la rotazione delle navi 

Il nodo delle indagini, che fanno risalire le infiltranzioni 'ndranghetiste fin dai primi passi della fusione con Matacena, è legato agli imprenditori Domenico Passalacqua e Massimo Buda. Uno dei tronconi più importanti, che collega gli interessi della 'ndrangheta anche sulla sponda messinese dello Stretto, è quello riguardante la Caap Service srl, società aggiudicataria da parte di C&T del servizio di bar e ristorazione a bordo delle navi, insieme alla V.e.p. service, che gestisce il servizio di pulizia.

Entrambe fanno capo, fra gli altri, a Domenico Passalacqua, già condannato per mafia nel processo Meta, in quanto esponente della cosca Buda-Imerti, operante in Calabria, che non solo avrebbe mantenuto il posto di lavoro nella società di navigazione ma avrebbe anche ricevuto l'indennità durante la latitanza. A garantire il mantenimento del suo status interno all'azienda l'ex presidente di C&T Nino Repaci. 

A far emergere i legami tra la 'ndrangheta e la società le dichiarazioni dei pentiti Giuseppe Liuzzo e Vincenzo Cristiano. Fino a marzo 2020, prima che subentrasse alla Caap Service la Nettuno Multiservizi s.p.a., la società di Passalacqua ha fornito il servizio esterno di attività di ristorazione a bordo di cinque navi: Vestfold, Giano, Zancle, Tremestieri ed Archimede. 

Quali navi dovevano navigare di anno in anno? Dalle indagini della Dia di Reggio è emerso la navigazione delle navi è regolata in base al servizio di ristorazione delle stesse. La rotazione prevedeva che sulle tre in navigazione almeno una venisse data in appalto alla Caap, una seconda all'Ancora, l'azienda di ristorazione del gruppo Franza, e una terza, a turnazione annuale, fra le due ditte.  

Vincenzo Franza e l'eredità "obbligata" 

Nelle indagini emerge che per Vincenzo Franza la gestione del bar da parte della ditta Caap è una eredità percepita da Amedeo Matacena. "So che esiste un signor Aquila, ma non so neanche se è un dipendente mio o è il gestore del bar della Caronte. La ditta Caap io personalmente me la sono ritrovata. Sono gestori storici che aveva la Caronte dei bar fine ecco", dichiarava Franza nel corso degli interrogatori di garanzia. 

I fratelli Antonino e Filippo Aquila, insieme a Giuseppe Campolo, sono possessori di quote della Caap service srl. Secondo l'inchiesta Giuseppe Aquila, insieme a Giuseppe Campolo, come collaboratori di Amedeo Matacena, gli hanno consentito di fare affari con la cosca Rosmini. 

Un andazzo, insomma, ben consolidato che si trascina da anni e che Franza mostra di conoscere quando “istruisce” il figlio. "Noi abbiamo una nave e una la Caap - si legge nelle intercettazioni - Una terza nave che è in rinforzo di Rada San Francesco ce la alterniamo un anno noi e un anno loro". Davanti alle richieste del figlio sul perche dovessero continuare a dividere la gestione dei servizi del bar con "loro", Vincenzo Franza risponde: "purtroppo le ditte non hanno una fine e una scadenza di fine vita, capito? E quindi ce lo portiamo dietro, e per giunta sono pure bravi, operativi, ci gestissero loro il bar nostro guadagneremmo il 50% in più". 

Nonostante "trasparisse un evidente fastidio per il fardello ricevuto in dote - scrivono i magistrati - vi era la consapevolezza che il rapporto commerciale non potesse comunque essere interrotto, al di là del succedersi dei titolari delle quote, atteso che - di generazione in generazione - restava fermo quel risalente patto la cui violezione poteva rivelarsi compromettente". 

Il 20 febbraio 2019 il 30% del capitale della Caap, di proprietà di Domenico Passalacqua, viene sottoposto a sequestro. Ad aprile 2019 l'amministratore delegato della società ha trovato a bordo della sua auto le microspie collocate dalla polizia giudiziaria. Solo a quel punto, apprendendo di essere oggetto di investigazione per il reato di associazione mafiosa, si presenta davanti al Pm il 21 maggio 2019 dichiarando di non conoscere, appunto nessuno degli esponenti della 'ndangheta calabrese. 

L'interruzione del servizio della Caap e la liquidazione da 400 mila euro 

Fra l'avvio delle indagini, nel 2019, e la rescissione del contratto di lavoro con la Caap passerà un anno. Soltanto a marzo 2020, infatti, viene liquidata la società con un assegno da 400 mila euro a titolo di indennizzo per lucro cessante e danni emergenti. A dicembre dello stesso anno, nell'ambito dell'operazione Cenide è il presidente della società Antonio Repaci, insieme a Calogero Famiani, uno degli amministratori delegati, a essere raggiunti da misura cautelare. 

Nel corso degli interrogatori Franza sostiene di non conoscere infiltrazioni nella sua azienda essendosi limitato a verificare l'incensuratezza dei soggetti assunti. E su Domenico Passalacqua ha dichiarato di "non poter licenziare il predetto nonostante quest'ultimo fosse dapprima latitante, quindi detenuto, non potessere rendere la sua prestazione lavorativa, sicché l'azienda doveva pagargli lo stipendio", scrivono i giudici.

Una ricostruzione con non convince gli inquirenti secondo cui dai colloqui intercettati emerge che “sia il Franza che gli altri dirigenti della Caronte & Tourist fossero ben a conoscenza della personalità del Buda nonché dello spessore criminale di Passalacqua".

I colloqui sono anche quelli di una chat di whatsapp creata nell'ambito della New TT Lines, la partecipata della Caronte che svolge la tratta Catania-Napoli, ma che fosse stato inserito proprio da Massimo Buda. Ancora, quest'ultimo si è recato su ordine di Franza anche a Ischia per dei compiti legati ai traghettini piccoli della società. 

Il 19 marzo Vincenzo Franza ha avvviato la ristrutturazione della policy aziendale, affidando a Santi Giuffrè, già prefetto e questore, l'incarico di consulente per il "protocollo di legalità" e "verifica delle qualità personali dei dipendenti in forza alla società". A seguito di ciò la società ha monitorato le procedure di assunzione del personale e accolto le dimissioni tanto di Repaci quanto di Famiani. "Tali misure tuttavia non possono ritenersi adeguate", scrivono i magistrati, anche perché, "il rapporto con la società Caap è stato interrotto soltanto dal 31 marzo 2020 dopo aver mantenuto il rapporto con la ditta sequestrata e poi confiscata per oltre quattro anni". 

La solitudine di D'Uva e il silenzio di politica e sindacati 

Sebbene l'inchiesta sia partita dall'altra parte dello Stretto, tuttavia le sue conseguenze investono anche una delle società più presenti nel tessuto economico di Messina. A essere intervenuto in merito al terremoto giudiziario che ha investito la Caronte&Tourist, depositaria, fra l'altro, di milioni di euro di finanziamenti e contributi regionali,  soltanto il deputato messinese Francesco D'Uva. Un commento solitario che mette ancora più in luce il silenzio da parte del resto della politica e dei sindacati su tutti i livelli. 

“Le accuse, se confermate, sarebbero gravissime. - ha scritto in una nota il portavoce del Movimento 5 Stelle -  Nel dicembre 2019 la stessa Caronte & Tourist rimaneva coinvolta in un’altra indagine sfociata nelle misure di prevenzione, poi revocate, degli arresti domiciliari del Sindaco di Villa San Giovanni Siclari, del presidente del consiglio di amministrazione e dell’amministratore delegato della società. Allora le accuse degli investigatori riguardavano scambio di favori, malgoverno e corruzione, e la nostra posizione politica fu chiarissima: attenzione alta. Contro il malaffare e la corruzione non abbiamo mai indietreggiato di un millimetro, e mai lo faremo", ha aggiunto. "Aspetto gli sviluppi di questa nuova inchiesta confidando, come sempre, nel lavoro della magistratura e degli inquirenti che, grazie alle loro inchieste, fanno luce sulla gestione dei servizi in riva allo Stretto”, ha concluso D'Uva. 

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

MessinaToday è in caricamento